domenica 11 maggio 2014

UN ROOKIE DA RECORD: MICHAEL CARTER-WILLIAMS

C’è da ammetterlo, la classe dei rookie di quest’anno ha deluso anche le scarne attese della vigilia. E’ sembrato un antipasto, non particolarmente succulento, in attesa del banchetto eccelso della prossima estate, in cui vedremo davvero una serie di talenti cristallini fare il salto in NBA, alla ricerca di gloria e successi. Nell’attesa, però, un giocatore su tutti ha richiamato a sé la maggior parte delle attenzioni, nella sua stagione d’esordio nella Lega. In una squadra in crisi di gioco e risultati come i Sixers di quest’anno, Michael Carter-Williams ha mostrato al mondo delle doti da non sottovalutare. Se contiamo che l’anno prossimo scenderà in campo Nerlens Noel e Philadelphia avrà, con tutta probabilità, una scelta tra le prime tre, allora forse colui che ha vinto più che meritatamente il più recente premio di Rookie of the Year, avrà una squadra di livello attorno a sé. E ci sarà da divertirsi nella Città dell’Amore Fraterno.


La stagione dell’undicesima scelta dello scorso Draft comincia con una partita che tutti avrebbero sognato di giocare al loro esordio in NBA: la sfida contro i due volte campioni in carica, gli Heat di LeBron James. E Carter-Williams stupisce il mondo con una prestazione leggendaria: 22 punti, con 4/6 da oltre l’arco, 7 rimbalzi, 12 assist e 9 rubate, a soli quattro passi da quella che sarebbe stata la più incredibile quadrupla doppia della storia del basket. Philadelphia già sente di avere in mano lo steal of the Draft, ma, ovviamente, il ragazzo deve confermarsi ad altissimi livelli. Arrivano tre vittorie consecutive per i 76ers nelle prime giocate, per la maggior parte frutto del talento di MCW, anche perché, per il resto, il roster sembra davvero di basso profilo. Evan Turner e Spencer Hawes si danno da fare per aiutare il neonato prodigio della franchigia della Pennsylvania, ma arriva un infortunio a tenerlo fermo ai box, prima per una decina di giorni a novembre, poi per quasi tutto il mese di dicembre. Le statistiche comunque dicono che, nell’arco di questi due mesi, Carter-Williams segna 18 punti a partita, conditi per altro da 5.5 rimbalzi, 7.5 assist e poco meno di tre rubate a partita. Le quasi quattro palle perse a partita e le scarse percentuali al tiro sono auspicabili da un ragazzo del 1991 al suo primo anno in NBA. I Sixers chiudono l’anno con lo score di 9-21, già lontanissimi dalle posizioni per i playoff, nonostante un MCW tra le migliori guardie non solo ad Est, ma addirittura dell’intera Lega.

Il 2014 si apre con tre vittorie consecutive, ma è un fuoco di paglia. A Philadelphia una posizione nelle prime tre della lottery fa troppa gola e la squadra non fa nemmeno molto per nasconderlo. Fino all’ultima partita di gennaio, vittorie e sconfitte, comunque, si alternano in maniera ponderata (7-10) e il rookie da Syracuse si guadagna il premio di Rookie of the Month, risultato già ottenuto a novembre e che otterrà nuovamente nei mesi a seguire, nonostante lo scempio che i Sixers compiono nel finale di stagione. Le sue medie restano altissime: 16.5 punti, 5.6 rimbalzi e 5.6 assist. Per tutto il mese di febbraio e fino al 29 marzo i 76ers, però, si abbandonano al tanking selvaggio e non conoscono più la parola “vittoria”. Arrivano la bellezza di 26 sconfitte consecutive, che eguagliano il record per la peggior striscia negativa di sempre dei primi Cavs post partenza di James verso la Florida. Le medie di MCW si abbassano vistosamente e non potrebbe essere altrimenti. Nonostante questo vince il premio di Rookie of the Month del mese di marzo (e questo rende l’idea del livello bassissimo degli “avversari” al primo anno). Aprile vede Philadelphia tornare al successo, anche se c’è davvero poco da festeggiare quest’anno. Carter-Williams segna 17.6 punti di media, con 7.5 rimbalzi e 6.4 assist, per altro con il 52.5% dal campo e il 42.9% da oltre l’arco. E’ forse la paura di poter perdere il premio di Rookie of the Year a smuovere nuovamente le ambizioni e la voglia di dare il meglio di MCW, che sfodera delle grandi prestazioni, pur nel disastro collettivo.


I Sixers chiudono a quota 19-63, penultimi tanto nella Eastern Conference quanto nel complessivo della Lega, ottenendo una posizione privilegiata per il prossimo Draft. Era questo, probabilmente, il primo e unico obiettivo stagionale della franchigia, oltre che di far crescere i suoi giovani e rimettere in sesto Noel per la prossima stagione. Carter-Williams chiude una stagione comunque eccellente a 16.7 punti, 6.2 rimbalzi e 6.3 assist di media, unico rookie insieme ad Oscar Robertson ed Alvan Adams a guidare tutti i giocatori al primo anno nelle tre principali statistiche. Inoltre MCW ha guidato i rookie anche nelle rubate (1.86 a partita, sesto complessivamente in NBA). Nella sua settimana d’esordio è stato nominato miglior giocatore della Eastern Conference, unico a riuscire nell’impresa insieme a Shaquille O’Neal. Con 17 doppie-doppie e 2 triple-doppie, accompagnate da 25 partite da oltre 20 punti e una serie di prestazioni straordinarie e di livello assoluto, la guardia ha dominato tra i rookie in quasi ogni aspetto del gioco. Alla fine i voti per ottenere l’ambito premio sono stati ben 569, con 104 primi posti su 124 esperti chiamati a giudicare. Secondo è stato Victor Oladipo (Orlando Magic) con 364 punti e 16 primi posti, terzo invece è arrivato Trey Burke (Utah Jazz) con 96 punti.


L’importante per Michael Carter-Williams, forse ancor più che far bene nella sua prima stagione in NBA, sarà confermarsi l’anno prossimo quando, con tutta probabilità, i Sixers torneranno ad essere competitivi ad alti livelli e potranno lottare davvero per le posizioni che contano. D’altronde, da uno che, all’esordio nella Lega, ha messo insieme una prestazione del genere davanti alla miglior squadra e al miglior giocatore di basket al mondo, ci si può aspettare qualsiasi cosa.

giovedì 8 maggio 2014

FROM DRAFT TO DRAFT

Mancano ormai poche ore all’attesissimo Draft 2014, uno dei più ricchi e talentuosi degli ultimi anni. In questi mesi sono stati spesi fiumi di parole sui prospetti e sulle loro possibili collocazioni ideali, ma oggi vogliamo provare a guardare questa draft class da un punto di vista leggermente diverso, comparandola con quella dello scorso anno, ruolo per ruolo. 


Quarterback: Il 2013 fu poverissimo, con solo E.J. Manuel scelto al primo giro e nessuno che abbia dimostrato di essere un talento su cui costruire una squadra. Questo 2014 è distante anni luce dal 2012 di Andrew Luck e compagnia, ma ha tanti buoni giocatori con un potenziale interessante. Ci sono i famosi Johnny Manziel, Blake Bortles e Teddy Bridgewater, ma anche quarterback meno chiacchierati che potrebbero rivelarsi ottime pick  come Derek Carr, il “nostro” Jimmy Garoppolo e Zach Mettenberger.

Running back: Lo scorso anno si sono presentati dei talenti come Eddie Lacy, Le’Veon Bell, Geovani Bernard e Zac Stacy, giocatori che sono stati in grado di cambiare e potenziare i running game delle loro franchigie. La classe di quest’anno ha molte incognite e tanti elementi (70 running back si sono dichiarati), ma nessuno pronto a caricarsi un peso considerevole dell’attacco. Carlos Hyde, Tre Mason e Ka’Deem Carey sono i nomi più interessanti, ma hanno tutti avuto problemi fuori dal campo e hanno molti aspetti da migliorare.

Wide Receiver:  Il 2014 vede la creme de la creme in questa posizione. Abbondanza e talento la contraddistinguono: Sammy Watkins e Mike Evans sono game changer e poi ci sono Brandin Cooks, Odell Beckham, Marquise Lee, Kelvin Benjamin, Allen Robinson e tanti altri che possono diventare pedine importanti di un attacco NFL. Lo scorso anno, a parte Tavon Austin, DeAndre Hopkins e la sorpresa Keenan Allen, abbiamo visto davvero poco.


Tight end: Classi molto simili. L’anno scorso Tyler Eifert guidava i suoi pari ruolo così come Eric Ebron li guida quest’anno. Dietro di loro molta incertezza e tanto talento da sviluppare, Jace Amaro e Austin Seferian Jenkins sono nomi interessanti, ma dovranno dimostrare di poter essere incisivi anche al piano superiore.

Offensive tackle: Difficile battere una delle classi più ricche come quella dello scorso anno. Eric Fisher e Luke Joeckel per motivi diversi hanno reso sotto le aspettative, ma dietro di loro D.J. Fluker, Justin Pugh e David Bakhtiari hanno avuto buone stagioni. Quest’anno Jake Matthews e Greg Robinson guidano la classe e hanno un talento cristallino ben superiore alle prime due scelte dello scorso anno, ma gli altri tackle non sembrano ancora pronti per poter assicurare una valente protezione sul lato cieco. 

Guard: Il 2013 vince a mani basse: Larry Warford, Kyle Long e Chanche Warmack hanno dato un solido apporto alle loro linee e hanno inciso sia in pass protection sia sul running game. Il 2014, a parte Xavier Su’a Filo, vede giocatori leggermente monodimensionali e con qualche dubbio di troppo, specialmente a livello fisico.

Center: Una delle posizioni con meno appeal, ma che proprio per questo produce giocatori pronti fin da subito a guidare una linea NFL. L’anno scorso Travis Frederick sorprese tutti, quest’anno potrebbe succedere lo stesso con Weston Richburg e Travis Swanson. 

Defensive tackle: Lo scorso draft è stato uno dei più talentuosi per quanto riguarda la posizione con due giovani fenomeni come Star Loutelei e Sheldon Richardson, diventati ben presto ancore delle loro linee difensive. Questa classe è abbastanza povera, ma ha giocatori interessanti. Aaron Donald è decisamente il più intrigante, ma anche Louis Nix e Ra’Shede Hageman potrebbero rivelarsi buoni giocatori. 

Defensive end: Due parole: Jadeveon Clowney. Basta il fenomeno da South Carolina per superare la classe dello scorso anno. 


Linebacker: Classe 2014 molto povera con il solo C.J. Mosley prospetto da primo giro. Shane Skov, Chris Borland e Christian Jones non sono pronti a partire da starter e dovranno lavorare molto per potersi guadagnare il posto in campo, in maniera non molto diversa da quello che i linebacker dello scorso draft stanno facendo, Kiko Alonso escluso. 

Outside linebacker: Quelli dello scorso anno hanno fatto vedere veramente pochissimo per essere giudicati, ma Khalil Mack ed Anthony Barr sono due diamanti grezzi che potrebbero facilmente scavalcare i loro predecessori. 

Cornerback: Una delle posizioni più difficili per un rookie. Come lo scorso anno c’è talento e profondità, oltre che tanto bisogno da parte delle squadre. Justin Gilbert, Darqueze Dennard e compagnia dovranno dimostrare sul campo di essere migliori rispetto ai loro pari ruolo del 2013. 

Safety: Pochi e con caratteristiche molto diverse in questo 2014. Pochi e con caratteristiche diverse quelli del 2013. Classi simili, in cui quella dello scorso anno sembra prevalere grazie alle grandissimi prestazioni di Kenny Vaccaro ed Eric Reid. Haha Clinton Dix e Calvin Pryor vorranno sicuramente dimostrare di essere due giocatori in grado di meritarsi il ruolo di titolare fin dal primo anno.  


Come sempre sarà il campo a dirci chi sarà il migliore, la strada per il successo vero e duraturo, sia per i giocatori scelti nel 2013 che per quelli che verranno scelti nel 2014, è ancora lunghissima. Non ci resta che aspettare e goderci il talento che questi ragazzi metteranno sul campo da football.

lunedì 5 maggio 2014

LA SIENA CHE NON TI ASPETTI

Personalmente mi chiedo come faccia: sono ormai due mesi e mezzo abbondanti che mi chiedo come Siena riesca sempre a vincere. Ad onor del vero bisogna ricordare come nel derby toscano a Pistoia e contro Caserta la Mens Sana non abbia raccolto punti ma, considerando le 11 giornate che intercorrono tra la terza e la quattordicesima di campionato (l’ultima disputata), Siena per ben nove volte è uscita vincitrice dal campo. Fino all’anno scorso questa non sarebbe stata una notizia ma in questa stagione forse nessuno si attendeva una squadra così caparbia e abile a portare a casa il referto rosa per un numero di partite così elevato, in particolare dopo l’addio di Hackett. 


La cessione a Milano del play di Forlimpopoli ha fatto sì che i meneghini, già strafavoriti, diventassero quasi imbattibili e così è stato dal momento che i ragazzi di coach Banchi hanno dominato il campionato e vinto la regular season con facilità e con tre turni d’anticipo. Da questa cessione Siena, dopo un momento di sbandamento, sembra aver fatto quadrato e iniziato a giocare in maniera diversa. Alcune voci non meglio identificate dello spogliatoio mensanino avrebbero addirittura dichiarato che senza Hackett il clima nella squadra sarebbe migliorato. 

Coach Marco Crespi sta compiendo quella che considero una sorta di impresa: certo, la squadra non è scarsa, ma essere al secondo posto in classifica al pari di una squadra potenzialmente più forte come Cantù e dietro solamente all’inarrivabile Milano non è cosa da poco. Uno dei segreti delle squadre vincenti è quello del gruppo e a capo di un gruppo c’è sempre una persona con un carisma particolare e nello sport molto spesso questa persona è l’allenatore. La scorsa stagione “gruppo” era una delle parole chiave della Cimberio Varese, che non a caso arrivò fino a gara 7 della semifinale scudetto contro Siena dopo aver vinto la stagione regolare. Quello che coach Crespi è riuscito a costituire è stato un gruppo affamato di vittorie e che riesce a giocare sempre al limite delle proprie possibilità. Credo che questo discorso sull’importanza del gruppo non sia inutile o banale visti gli esempi che quest’anno si sono avuti nella nostra Serie A; il più eclatante credo sia quello di Avellino dove una squadra costruita per vincere non ha saputo nemmeno arrivare ai playoff e per una buona parte dell’anno ha avuto lotte intestine allo spogliatoio a causa (sembrerebbe) degli americani. Chi invece si spinge al limite delle proprie possibilità è la Sutor Montegranro che, nonostante i molti, troppi, problemi societari e l’abbandono di molti giocatori a causa degli stipendi non pagati, ogni domenica mette in campo tutto ciò che gli è rimasto (in primis l’onore). Tornando a Siena credo che il gruppo che si è costituito sia un’arma fondamentale per restare in alto e vincere, che magari culla anche quel sogno impossibile chiamato scudetto.


Ma se ci fosse solo il gruppo senza i buoni giocatori la Mens Sana non si troverebbe al secondo posto. Othello Hunter è forse uno dei giocatori più devastanti dell’intero campionato e, se in giornata di grazia, con la sua forza e la sua atleticità può mettere in seria difficoltà tutti i lunghi del nostro campionato. Da evidenziare è inoltre la crescita di Erick Grenn: il play/guardia, classe ’91, aveva a lungo balbettato nella prima parte della stagione ma nelle ultime uscite si è tolto dalle scarpette parecchi sassolini. In cabina di regia si alternano Haynes e Cournooh, che nel loro quarto d’ora di media riescono a dare velocità alla manovra e da seguire è soprattutto la crescita del ragazzo di Villafranca di Verona. Janning e Carter hanno conservato una buona mano e in particolare l’ala di Dallas riesce a mantenere un buon 40% da tre punti, nonostante molte prestazioni siano state sotto la media. Jeff Viggiano non è certo un fenomeno ma in questa Siena riesce a trovare uno spazio adeguato alle sue potenzialità. Il reparto centri vede la coppia forse meglio mixata di tutto il campionato: Ben Ortner e Tomas Ress. Il primo può contare su una stazza che gli permette di essere il dominatore dell’area e poter affrontare senza nessun timore i pivot avversari; il secondo invece può vantare una mano assai morbida, un’intelligenza tattica eccezionale e tanta tanta esperienza, tutte caratteristiche che lo rendono un centro temuto soprattutto per il suo gioco che si sviluppa anche al di fuori della linea dei 6,75.

Il gioco che Siena ha sviluppato è un vero e proprio gioco di squadra: sembra inutile dirlo visto che a pallacanestro si gioca 5 contro 5, ma passare da un Hackett che palla in mano penetrava e, se andava male, si prendeva due liberi, a un gioco in cui si attende di smarcare l’uomo migliore per poter tirare in un certo tipo di attacco non è cosa semplice e immediata. Non esiste un tipo di gioco giusto e uno sbagliato ma sta all’allenatore capire, in base agli uomini che ha a disposizione, come la squadra può rendere al meglio. 


Siena, che ha blindato il secondo posto in classifica con la vittoria su Varese può a questo punto pensare di poter acciuffare la finale scudetto dal momento che si troverà nella parte opposta del tabellone rispetto all’EA7, in questo momento imbattibile per tutte squadre del campionato. In ogni caso comunque la stagione di Siena è da voto alto in pagella anche se non si concluderà con lo scudetto, come da anni ormai erano abituati i frequentatori del PalaEstra. Questa è la dimostrazione di come una squadra normale, come ce ne sono tante nel nostro campionato, grazie all’allenatore giusto e alle motivazioni riesca a rimanere nelle posizioni nobili della classifica per molto tempo, nonostante i fasti di qualche mese fa siano lontani ricordi e tra qualche mese forse una piccola realtà di provincia.

Ultima nota, che aggiungo dopo aver visto la partita del PalaWhirlpool e che (malignamente, lo ammetto) mi ha fatto pensare a una delle ragioni per cui Siena sia al secondo posto nonostante una squadra non scarsa ma modesta, è quella relativa all’arbitraggio: il metro arbitrale contro le squadre che affrontano la Mens Sana è sempre quello visto a Varese?