Visualizzazione post con etichetta STORIA E CURIOSITA' NBA. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta STORIA E CURIOSITA' NBA. Mostra tutti i post

mercoledì 14 agosto 2013

TRA ANONIMATO E GLORIA - STORIA DEI SEATTLE SUPERSONICS




20 dicembre 1966, Los Angeles. A Seattle è stato assegnato il franchise NBA e l'imprenditore Sam Schulman con Eugene Klein e altri soci di minoranza prepararono il progetto per iniziare la stagione successiva e portare alla città la sua prima squadra professionistica. Chiamarono il team SuperSonics in onore di un'idea della Boeing per un suo aereo, che sarebbe poi stato cancellato.

2 luglio 2008, Oklahoma City. Dopo aver ottenuto diversi rifiuti dallo Stato di Washington per migliorare la Key Arena, casa dei Sonics, la squadra si sposta nella suddetta città previo pagamento di 45 milioni di dollari. La storia del team di Seattle si divide da quelli che diventano ora gli Oklahoma City Thunder, in attesa di ottenere di nuovo il franchise e poter continuare da dove aveva iniziato.

I SuperSonics iniziarono a giocare nella stagione 1967 nella NBA (da quell'anno divisa dalla ABA fino al 1976), esordendo con una sconfitta per 116-144 e terminando la stagione con un record di 23-59 che sarebbe, però, migliorato ben presto. La mossa chiave fu lo scambio dell'All Star Walt Hazzard, cardine della squadra, con Lenny Wilkens, proveniente dagli Hawks. Nonostante il suo gioco egregio sui due lati del campo con 22 punti, 8 rimbalzi e 6 assist di media e nonostante il miglioramento esponenziale di Bob Rule per 24 punti e 11 rimbalzi a partita, il record non cambiò di molto e Wilkens venne eletto al ruolo di allenatore-giocatore di Seattle. 

Nonostante l'infortunio che mise fuori gioco Rule, grazie a Wilkens, MVP dell'All Star Game 1971, e al nuovo acquisto Spencer Haywood, miglior rookie e miglior giocatore della ABA, i Sonics riuscirono a conquistare il loro primo record positivo, 47-35, nella stagione 1972-73. L'anno successivo sfiorarono quindi i playoff, fermati solo dagli infortuni, salvo poi tornare nell'anonimato a seguito della trade che portò Wilkens a Cleveland. 

Nel 1975, però, con il leggendario Bill Russell in panchina e guidati da uno straripante Haywood, i Sonics conquistarono i loro primi playoff e vinsero anche al primo turno contro i Pistons, salvo poi perdere in 6 gare contro i Warriors. Dopo un'altra apparizione ai playoff, guidati da Fred Brown e Tommy Burleson, Wilkens riprese il suo posto alla guida del team e chiuse la stagione con il record di 47-35. Raggiunti i playoff, dopo un inizio di stagione disastroso, Seattle vinse contro i Lakers 2-1, contro i Trail Blazers 4-2 e contro i Nuggets ancora per 4-2, guadagnandosi l'accesso alle Finals, dove si trovò di fronte i Washington Bullets. Nonostante il vantaggio iniziale di 3-2, che portò i Sonics vicinissimi al primo anello della loro storia, i Bullets vinsero nettamente le ultime due partite e la squadra di Wilkens perse la serie e il titolo.

La rosa rimase però quasi completamente intatta e i Sonics conclusero la stagione 1978-79 al primo posto ad Ovest con il record di 52-30. Ai playoff vinsero poi 4-1 contro i Lakers e 4-3 contro i Suns in una serie molto combattuta. Le Finals li aspettavano per il secondo anno consecutivo, ancora una volta contro i Bullets. Dopo la sconfitta iniziale, Seattle dominò la serie, vincendo quattro partite consecutive e aggiudicandosi il primo e, tuttora, unico titolo della sua storia. Il roster comprendeva l'MVP delle finali Dennis Johnson, Gus Williams, Jack Sikma, John Jonhson e Lonnie Shelton in quintetto, oltre alle fondamentali riserve Fred Brown e Paul Silas. L'allenatore Lenny Wilkens era riuscito nell'impresa di diventare ancor più importante come coach che come giocatore nell'allora ancora breve storia dei SuperSonics.





Dopo che la stagione successiva si chiuse con molti traguardi individuali, tra cui quello di Brown miglior tiratore da 3 della NBA, ma con una sconfitta in finale di Conference 1-4 contro i Lakers, le stagioni successive furono di cambiamento per il team e i Sonics ottennero ben pochi successi. Nel 1983 Schulman cedette la squadra a Barry Ackerley, un anno prima del ritiro di Fred Brown che, grazie alle sue 13 stagioni sempre ad altissimo livello nei primissimi anni della franchigia, vide il suo numero ritirato. Wilkens lasciò nell'84 e l'anno successivo l'ultimo dei reduci del titolo, Sikma, abbandonò la squadra, lasciandola in un lungo periodo di mediocrità, non foss'altro per un'incredibile marcia verso la finale di Conference nel 1987, in cui furono demoliti dai Lakers con uno sweep.

Con la scelta di Shawn Kemp nel 1989 e della guardia Gary Payton nel 1990, ma soprattutto con l'arrivo in panchina di George Karl nel 1992 i Sonics tornarono in quota, perdendo in 7 soffertissime gare la finale di Conference del 1993. L'anno successivo ottennero il miglior record in tutta la NBA, 63-19, ma furono incredibilmente eliminati al primo turno dai Nuggets, primi di sempre ad essere estromessi da numeri uno di Conference contro l'ottava classificata. L'anno dopo una nuova eliminazione ai playoff precedeva il ritorno alla Key Arena, che fu rinominata così proprio a partire da quella stagione, dopo un anno di ristrutturazioni. 

Il 1995-96 fu l'anno in cui Seattle ebbe probabilmente il miglior team della sua storia: Kemp e Payton, più Detlef Schrempf, il centro Sam Perkins e le guardie Hersey Hawkins e Nate McMillan. Dopo aver chiuso la regular season con un record di 64-18, i Sonics batterono i Kings 3-1, i Rockets 4-0 e in finale di Conference Utah (che avrebbe dominato le stagioni successive ad Ovest) per 4-3. Le Finals erano state raggiunte per le terza volta, ma la partenza non fu delle migliori contro i Bulls, tanto che Seattle perse le prime 3 partite contro Jordan e compagni. Dopo due vittorie incoraggianti alla Key Arena, i Sonics capitolarono in gara 6 e il mito di Michael potè continuare. Quando Karl nel 1998 lasciò la squadra, il suo sostituto Paul Westphal non seppe continuare il suo egregio lavoro.
Dopo diversi anni in ombra e la trade di Payton, ecco che solo nel 2004-05 i SuperSonics tornarono alla ribalta, guidati da Ray Allen e Rashard Lewis. Il settimo titolo di Division, con il record di 52-30, portò per l'ultima volta la squadra di Seattle ai playoff. La corsa al titolo, cominciata con il deciso successo 4-1 contro i Kings, si interruppe però subito dopo, 2-4 contro i futuri campioni NBA, i San Antonio Spurs. L'ultimo sussulto, prima dello spostamento a Oklahoma City, si ebbe nel 2007 con la seconda scelta del Draft, Kevin Durant. Il fenomeno dall'University of Texas vinse il premio di Rookie of the Year, il che salvò parzialmente una stagione comunque disastrosa, la peggiore della storia di Seattle. 

Nel 2008, dopo diverse peripezie e una mancanza di fondi per sistemare la casa dei Sonics, la città perse il suo franchise, dando vita alla nuova formazione dei Thunder. La voglia di sport e di basket NBA di Seattle, però, non si è mai fermata. Nel 2009, alcuni registi della zona, che si facevano chiamare "Seattle SuperSonics Historical Preservation Society", produssero un documentario critico dal titolo "Sonicsgate - Requiem For A Team", che affronta in dettaglio la nascita e la morte del team. Il lungometraggio focalizza l'attenzione in particolare sugli aspetti scandalosi dello spostamento della squadra da Seattle, e vinse il Webby award del 2010 come 'Miglior lungometraggio sullo sport.

Il 17 settembre 2012 il consiglio comunale di Seattle stanzia dei nuovi fondi ed è disposto a fare il suo ritorno alla ribalta NBA, a patto che ci sia una squadra disposta a cambiare città. I Sacramento Kings vennero indiziati e l'offerta, intorno ai 500 milioni di dollari, avrebbe dovuto riportare i Sonics in campo già dalla stagione che sta per iniziare. Il 15 maggio 2013, però, la NBA ha votato contro la proposta di spostare i Kings e i suoi proprietari hanno subito promesso di dare una nuova arena ai loro beniamini. Seattle dovrà aspettare ancora qualche anno per tornare a vedere il grande basket tra le sue strade. La sua storia, però, nel frattempo continuerà a vivere negli occhi dei suoi tifosi e degli appassionati NBA.



See you soon SuperSonics!

lunedì 8 luglio 2013

CLUTCHING LIFE – ROBERT HORRY AND THE 7 RINGS


Alzi la mano chi sa qual è l'unico giocatore della storia del basket americano, esclusi i partecipanti alla Dinastia Celtics tra il 1957 e il 1969 (11 titoli in 13 stagioni per i biancoverdi), ad aver vinto 7 anelli di campione NBA. Dai, azzardate qualche nome. Sicuramente starete pensando a Michael Jordan (fermo però a 6) o a Kareem Abdul-Jabbar (6 titoli anche per lui) o qualcuno azzarderà Magic Johson (5 anelli per il play dei Lakers anni '80) o magari Kobe Bryant (5 anche per l'altro idolo losangelino). Scommetto che pochi di voi sapranno, però, la risposta corretta: Robert Horry! Unico giocatore della storia ad aver vinto il titolo con 3 squadre diverse, come solo John Salley, più precisamente è salito sul trono 2 volte con i Rockets (1994-95), 3 con i Lakers (2000-2001-2002) e 2 con gli Spurs (2005-2007). Horry non ha semplicemente girato tra le franchigie alla ricerca di quella vincente nel periodo, giocando in essa solo pochi minuti da riserva di lusso, come va tanto di moda nella NBA attuale, ma è stato decisivo in ogni squadra in cui ha giocato. Ha superato nel 2008 Kareem Abdul-Jabbar come leader per partite giocate nei playoff (244) ed è anche il detentore del maggior numero di triple nelle Finals (53). Inoltre, è stato definito “Big shot Rob” per i suoi innumerevoli e decisivi clutch shots nei momenti più delicati e importanti di numerose partite di playoff. Ecco dunque 7 episodi che hanno reso Horry un mito della storia del basket, 7 come i suoi titoli conquistati in carriera. Partiamo!

22/05/1995 – Western Conference Finals – Houston Rockets @ San Antonio Spurs (Game 1)
Gli Spurs hanno chiuso la stagione regolare con il miglior record a Ovest e hanno strapazzato Denver nel primo turno (3-0), per poi aver ragione dei Lakers al secondo (4-2). I Rockets di Hakeem “The Dream” Olajuwon hanno avuto due turni di playoff infuocati, dopo essersi qualificati sesti in regular season, battendo alla partita decisiva sia Utah (3-2) che Phoenix (4-3). Sarebbe dunque normale aspettarsi una non troppo complessa vittoria degli Spurs nella serie che porta alle Finals. Robert Horry però non è, però, mai d'accordo con le facili previsioni. Il primo match si gioca all'Alamodone di San Antonio. Con 6,5 secondi sul cronometro e i padroni di casa avanti 93-92, il prodotto di Alabama si alza e segna il jumper decisivo che consegna la vittoria a Houston e ammutolisce l'arena. La partita si chiude 94-93 e i Rockets vinceranno la serie in 6 partite, anche grazie a questa fondamentale vittoria esterna. Rob, però, non ha ancora finito di stupire in questi playoff.

11/06/1995 – NBA Finals – Orlando Magic @ Houston Rockets (Game 3)
Detto di come i Rockets hanno raggiunto le finali, all'atto decisivo incontrano i Magic di Shaquille O'Neal, numeri #1 a Est in regular season, che hanno vinto i loro turni di playoff contro Boston (3-1), Chicago, priva di Jordan (4-2) e Indiana (4-3). Houston vince incredibilmente le prime due gare in trasferta, di cui la prima in un match assurdo in overtime, e si appresta a tornare tra le mura amiche per chiudere la serie e aggiudicarsi il secondo titolo consecutivo. A 20 secondi dal termine i texani sono avanti di una sola lunghezza e Olajuwon serve Horry fuori dall'arco. Nonostante la marcatura stretta di Horace Grant, Big shot Rob segna la tripla del 104-100 e mette la partita in cassaforte, tanto che Orlando segnerà da 3, ma la contesa finirà sul 106-103 per i padroni di casa. I Rockets chiuderanno con lo sweep nella successiva gara 4, vincendo l'anello numero due nella loro storia, con Olajuwon ancora MVP delle Finals, ma con un grande ringraziamento anche al loro nuovo idolo, Robert Horry.

10/06/2001 – NBA Finals – Los Angeles Lakers @ Philadelphia 76ers (Game 3)
Cambia casacca, ma non cambia il risultato. Horry gioca nei Lakers, testa di serie numero #2 a Ovest, che ha sbaragliato tutta la concorrenza per giungere alle Finals imbattuta (sconfitta Portland 3-0, mentre Sacramento e San Antonio 4-0) nei playoff. Dall'altra parte però ecco i Sixers, dominatori della stagione regolare a Est, ma in difficoltà nella post-season, dove però hanno sconfitto Indiana (3-1), Toronto (4-3) e Milwaukee (4-3), sudando sette camicie per arrivare in finale. Gara 1 non va secondo le previsioni e, con i 48 punti di Allen Iverson, Philadelphia si aggiudica il match. Dopo aver pareggiato la serie in gara 2, i Lakers vanno nella città dell'amore fraterno sperando di riconquistare il fattore campo. Ecco che con meno di un minuto di gioco e Shaq (poi MVP di quelle Finals) in panchina con 6 falli, Brad Shaw trova Horry nell'angolo per una tripla fondamentale. Canestro e +4 LA a 47 secondi dal termine. Rob non si ferma qui, però, segnando anche 4 tiri liberi decisivi da lì in avanti (lui che aveva solo il 44% dalla lunetta in quei playoff!) per la vittoria finale 96-91 della sua squadra. La serie cambia completamente volto da quella gara e i Lakers vincono agilmente le Finals per 4-1.

28/04/2002 – Western Conference First Round – Los Angeles Lakers @ Portland T.B. (Game 3)
I Lakers, testa di serie numero 3, affrontano nel primo turno dei playoff i Trail Blazers, numero 6 a Ovest. Al meglio delle 5, la serie è sul 2-0 per i ragazzi di Los Angeles, che giocano al Rose Garden per chiudere i conti. A 10 secondi dal termine, però, i padroni di casa sono avanti 93-91 e sembrano avere le mani sulla partita. Ecco però che Kobe Bryant trova Horry sul perimetro per la bomba del sorpasso. Il tiro va a segno e con pochi spiccioli rimasti sul cronometro i Lakers chiudono la partita e la serie sul 3-0. Ma, come nel 1995, il prodotto di Alabama non ha ancora finito di stupire in questi playoff.

26/05/2002 – Western Conference Finals – Sacramento Kings @ Los Angeles Lakers (Game 4)
I Lakers, dopo aver sconfitto Portland come abbiamo visto, hanno eliminato San Antonio in 5 partite per giungere alla finale di Conference, dove si trovano opposti ai Kings, numeri #1 a Ovest, che hanno fatto fuori Utah 3-1 e Dallas 4-1, senza particolari difficoltà. Ecco però che LA espugna l'ARCO Arena in gara 1, salvo poi finire sotto 1-2 e perdere nuovamente il fattore campo in gara 3. Gara 4 è quindi decisiva, se Sacramento vince vola sul 3-1 e può chiudere la serie nella partita successiva in casa. Ciò che succede in quella partita ha dell'incredibile. Con 40 punti nel solo primo quarto, i Kings volano a +24, vantaggio che diminuisce al +14 dell'intervallo e al +7 di fine terzo quarto. Con 11 secondi e spicci sul cronometro sono ancora sopra 99-97. Bryant cerca la penetrazione del pareggio, sbaglia il tiro, rimbalzo O'Neal, errore sul tap-in, Divac cerca di allontanare il più possibile il pallone dal proprio canestro, ma il possesso finisce nelle mani di Horry con 1 secondo rimasto dal termine. Big shot Rob si alza da 3 e ancora una volta trova solo il fondo della retina. Canestro e vittoria Lakers 100-99 in uno dei come-back più incredibili della storia NBA. La serie è pareggiata sul 2-2, ma la bilancia pende tutta dal lato di LA, vista la fantascientifica rimonta, con vittoria allo scadere. Espugnando la capitale della California in gara 7, i gialloviola volano alle Finals 2002, che vinceranno con uno sweep contro New Jersey.



19/06/2005 – NBA Finals – San Antonio Spurs @ Detroit Pistons (Game 5)
Terza maglia per Robert Horry, che però non ha ancora perso il suo vizio per gli anelli. La sua San Antonio arriva in finale, battendo abbastanza agilmente le sue avversarie, 4-1 contro Denver, 4-2 contro Seattle e 4-1 contro Phoenix, dove trova i Detroit Pistons. I campioni in carica hanno a loro volta eliminato Philadelphia 4-1, Indiana 4-2 e Miami (che prima della finale di Conference era 8-0 in quei playoff) 4-3. Gli Spurs vincono le prime due in casa abbastanza facilmente, ma allo stesso tempo subiscono due pesanti sconfitte a Detroit. Sembra sia proprio il fattore campo a essere decisivo per le sorti della serie, ma, come già detto, a Robert Horry i pronostici scontati non piacciono proprio. La partita è intensa, combattuta, finalmente giocata ad armi pari. Per 18 volte si stampa la parità, tra cui quella di 89-89 alla fine dei tempi regolamentari. Detroit nel supplementare è avanti 95-93 e palla in mano, ma Billups sbaglia il layup della vittoria. Con 9 secondi rimasti c'è ancora un'azione da giocare per San Antonio. Rob dalla rimessa passa la palla a Ginobili, che gliela riconsegna nelle mani. Prince vola a cercare di stoppare, ma è troppo tardi. La bomba di Horry va a segno e gli Spurs vincono il match 96-95, ancora una volta grazie a una giocata decisiva di Big Shot. Se non siete ancora convinti del fatto che sia l'uomo dei clutch shots, sappiate che a fine terzo quarto era a quota 0 punti. Ha chiuso con 21, canestro della vittoria annesso. I Pistons si arrenderanno in gara 7 e Robert si metterà al dito il suo 6° anello.

30/04/2007 – Western Conference First Round – San Antonio Spurs @ Denver Nuggets (Game 4)
San Antonio, numero 3 ad Ovest, incontra i Nuggets (6) al primo turno di playoff. Dopo l'iniziale sconfitta all'AT&T Center, nelle due gare successive gli Spurs ribaltano la situazione, portandosi a condurre per 2-1. In gara 4 però la situazione non è semplice per i texani, che comunque si mantengono sopra di una lunghezza a 30 secondi dal termine. A chiudere il match ci pensa come sempre il prodotto di Alabama, con una tripla che porta San Antonio sopra di 4, per poi chiudere il match 96-89 e la serie nel match successivo sul 4-1. Phoenix (4-1 Spurs), Utah (4-1) e la Cleveland di un giovane LeBron James (4-0), non fermeranno gli Spurs dalla conquista del loro quarto titolo, il settimo nella straordinaria carriera di Robert Horry.


I numeri, i canestri e le partite decise da Big shot Rob parlano da sé, non c'è bisogno di aggiungere altro a questi 7 aneddoti straordinari, come alle imprese del giocatore dai clutching shots più decisivi di sempre. Onore a Robert Horry e ai suoi 7, meritatissimi, titoli. Una collezione da invidiare per qualsiasi giocatore, ma anche per tutti gli appassionati di basket. E speriamo riesca ancora a tirare qualche tripla con tutti quegli anelli alle dita!


mercoledì 3 luglio 2013

LARRY LEGEND : IL BIANCO PIU' FORTE DI SEMPRE


Basta un episodio per definire il talento, la dedizione, la voglia di essere il primo, il migliore, la forza di volontà e la grandezza di Larry Bird . È il 12 marzo 1985 e i Celtics sono a New Orleans a sfidare gli Atlanta Hawks (era normale all'epoca giocare in città dove non esistevano franchigie per dare maggior popolarità alla NBA). Nove giorni prima Kevin McHale aveva dato spettacolo timbrando il nuovo massimo in una partita per un giocatore di Boston, 56 punti contro i Pistons. Dopo due notti si era ripetuto su ottimi livelli, segnandone 42 contro i Knicks. A Bird, l'uomo che doveva avere sempre nelle mani il tiro decisivo, che voleva a tutti costi l'ultimo per sé, che doveva dominare gli avversari con la sua grandezza fatta di semplicità e lavoro, questi exploit non devono essere andati troppo a genio. Ecco perché quella notte, nella città del Jazz, suonò una melodia difficile da dimenticare, che resta tuttora la più grande mai composta da un giocatore dei C's. Con un terzo quarto fatto di 19 punti, tutti segnati con jumper da almeno 6 metri, un quarto periodo in cui ha segnato tutti gli ultimi 16 di squadra e una partita da 22/36 dal campo e 15/16 ai tiri liberi, Bird scrive 60 tondi tondi sul tabellone. McHale è cancellato, nella storia dei Celtics il primo, il migliore deve essere lui, Larry Joe Bird.

Nato nel dicembre 1956 nel cuore dell'Indiana e cresciuto nel French Lick, ha reso famoso il suo luogo d'origine, povero altrimenti di attrattive o di qualsiasi cosa da ricordare, per un soprannome che si affibbiò da solo al suo arrivo a Boston: The Hick (letteralmente, il bifolco) from French Lick. Tanto bifolco, però, non era, tanto che divenne, grazie ad un talento spaventoso, unito ad un'etica del lavoro ferrea e disciplinata e a una voglia di vincere senza pari, probabilmente il tiratore più efficace mai visto su un parquet NBA. Simbolo del basket essenziale, capace di trasformare dei mezzi atletici non eccezionali in una tecnica perfetta, con una mentalità da campione in grado di dare spettacolo, ma allo stesso tempo essere tremendamente efficace. Simbolo, nello stesso tempo, del team player, del go-to-guy come si definirebbe oggi, l'uomo dell'ultimo tiro, della vittoria, ma anche del “vero basket”, quello senza fronzoli, che disprezza l'All Star Game per giocare al massimo tutte le partite che contano davvero, dalla stagione regolare, ai playoff, alle finali senza distinguere l'uno e l'altro match, giocandoli tutti al massimo delle proprie potenzialità.

Cresciuto in uno Stato in cui il basket è l'unico sport che conta, talento mai visto in quel piccolo liceo a Spring Valley, già da giovane dimostrò una capacità di tiro assolutamente fuori dalla media e di non fermarsi davanti a niente e a nessuno. La serata più bella e nello stesso tempo più tragica della carriera liceale di Bird vede il ragazzo segnarne 54 con 38 rimbalzi, con record annessi della Contea, sotto gli occhi di papà, almeno nella seconda parte di partita. Quel padre che, però, finita la partita, si suicida, reduce di una Guerra di Corea che lo ha segnato e sconvolto troppo nel profondo. Nasce da qui la leggenda dell'Uomo Bianco forse più forte di sempre a giocare a basket, qui dove finisce la storia di colui che l'aveva messo al mondo.

Scelto con la sesta chiamata da Boston nel Draft 1978, Bird decise però di passare un altro anno a Indiana State, dove aveva giocato le sue prime due stagioni NCAA con statistiche da record, giusto per compiere un'altra impresa, prima di entrare in NBA. Portò infatti il suo team ad una stagione regolare fatta di 29 vittorie e nessuna sconfitta, arrivando alla finale da imbattuti, per poi essere sconfitti da Michigan State, guidata da Magic Johnson, futuro rivale di Larry sui parquet che contano. Oltre ai 29 punti di media, conditi da quasi 15 rimbalzi e 6 assist a partita di The Great White Hope, la stagione resta tuttora la migliore e più importante per i Sycamore nella loro storia, tanto che il team dell'Indiana non aveva mai e non avrebbe più raggiunto una finale NCAA. Bird era pronto a volare nella NBA, subito da protagonista.

L'impatto fu immediato e i biancoverdi vinsero 32 gare in più rispetto all'anno precedente, con il loro nuovo beniamino che ne metteva 20+10 rimbalzi di media a notte. La nomina, quasi scontata, a Rookie of the Year non rende però a pieno il peso dell'arrivo di Larry nel Massachusetts. Dopo l'era di Bill Russell e della dinastia Celtics che vinse 11 titoli in 13 anni, Boston aveva vinto due titoli nel 1974 e 1976, ma le due stagioni successive erano state tragiche, forse le peggiori di sempre, con un record di molto negativo e i playoff che sembravano un miraggio. La franchigia sembrava destinata a cadere nell'ombra della sua precedente grandezza, ma Bird riportò in auge l' “antico” splendore. Con l'arrivo, nel 1980, di McHale e Parish, a formare quello che è stato definito il più forte frontcourt (centro, ala grande e ala piccola) di sempre, il ragazzo da Indiana State guidò dapprima i Celtics al miglior record nella stagione regolare e successivamente al titolo, anche se l'MVP delle Finals fu Cedric Maxwell.

Bird preparava ogni partita al meglio, per vincere sempre. Lo dimostra il fatto che Boston, dal suo arrivo nel 1979 fece segnare nei 7 anni successivi per ben 6 volte il miglior record in stagione regolare e Larry vinse il titolo di Most Valuable Player della stagione regolare, nelle ultime 3 edizioni. A fermare la cavalcata dei Celtics verso l'anello furono i Philadelphia 76ers di Julius Erving per tre volte nella finale di Conference, mentre in altre 2 furono bloccati dai Los Angeles Lakers nelle Finals, guidati dal rivale di una vita, Magic Johnson. Il duello tra questi due fenomeni della palla a spicchi resterà per sempre nella leggenda del basket americano. L'introverso (ad eccezione del suo trash talking sempre pungente) e operaio Larry incontrò in svariate occasioni l'animato e cinematografico rivale, ma dei loro duelli si ricordano soprattutto le 3 serie di finale tra il 1984 e il 1987, spartite con due vittorie californiane e una di Boston. Nel 1984 si rivide per la prima volta la finale tra Celtics e Lakers, dopo le 6 sconfitte gialloviola in altrettante finali nell'era della Dinastia di Bill Russell. Bird guidò il Celtic-pride alla conquista dell'ennesimo titolo per la franchigia in 7 durissime gare con annesso ulteriore smacco per i losangelini. Fu votato MVP della serie, titolo che aggiunse a quello ottenuto in stagione regolare. Era ormai diventato il miglior giocatore di tutta la NBA.

L'anno successivo, però, le Finals finirono nelle mani dei Lakers, nonostante la schiacciante vittoria in gara 1 a Boston dei padroni di casa, ancor oggi ricordata come il “Massacro del Memorial Day” (+34 alla fine sul tabellone). Il 4-2 fu senza appello e Bird, nonostante continuasse a essere tra i giocatori più forti nella Lega, restò a secco. Il 1986 è l'anno in cui la carriera di Larry raggiunse il punto più alto, così come quella dell'intera storia della franchigia, ed egli espresse il miglior gioco della sua lunga vita di vittorie e successi, sia come intensità che come statistiche. Dopo aver eliminato i Bulls del primo, straripante Jordan la strada fu in discesa, anche grazie al colpaccio dei Rockets che eliminarono gli acerrimi nemici dei Celtics in finale di Conference. Un 4-2 praticamente senza storia sancì il successo della miglior squadra che probabilmente abbia mai varcato le soglie del Boston Garden. L'anno successivo Boston perse il titolo in finale, ancora una volta contro i Lakers di Magic (2-4), e da quell'ultima apparizione all'atto decisivo per lo squadrone guidato dal Bianco più forte di sempre, avrebbe lasciato la leadership ad Est ai Detroit Pistons e ai Chicago Bulls per lungo tempo. Il mito di Bird, però non era ancora destinato a svanire.



Nell'All Star Game del 1986 viene presentato per la prima volta il Three Point Shootout, la gara del tiro da 3 punti. Prima di scendere in campo Bird entra in spogliatoio e chiede agli avversari chi di loro sarebbe arrivato secondo, perché al massimo avrebbero potuto ambire a quel piazzamento. Naturalmente il vincitore fu lui. E non solo quell'anno, perché si ripeté per 3 anni consecutivi fino a quando la sua fragile schiena non iniziò a dargli seri problemi al tiro. Il calvario, iniziato nel 1988, che non permise a Larry di raggiungere altri traguardi importanti coi Celtics, non gli impedì di far parte della più grande squadra di basket di tutti i tempi, il Dream Team americano che conquistò l'oro olimpico di Barcellona 1992, come co-capitano della squadra insieme a Magic Johnson. I due rivali si erano riuniti, come il 3 febbraio 1993, giorno in cui la maglia numero 33 del fenomeno da Indiana State venne ritirata e issata sul soffitto del Garden. Mentre Bird osservava la sua carriera giungere al termine nell'olimpo biancoverde, Magic si toglieva la casacca Lakers per mostrargli una maglia dei Celtics che indossava sotto di essa. I due campioni scoppiarono a ridere davanti a una folla entusiasta. La loro rivalità era cosa da consumare sui parquet, con una palla a spicchi e una vittoria da contendersi, ora c'era solo spazio per la commozione e il ricordo di un duello epico.

Ho ripercorso velocemente una carriera che meriterebbe pagine e pagine per essere raccontata, analizzando solo gli aneddoti più importanti che hanno reso Bird un personaggio da leggenda. Da ricordare, ultimo solo a livello cronologico, che Larry decise di tornare ad Indiana come allenatore nel 1997 ed è tuttora l'unico nella storia NBA ad aver vinto il titolo di MVP della stagione regolare sia come giocatore (1984-86) che come allenatore (1998), oltre ad aver portato i Pacers al miglior record della loro storia (58-24) e alla loro unica apparizione nelle Finals (2000), perse 4-2 contro indovinate un po' chi? I Lakers, rivali di una vita per The Great White Hope. Non serve altro per definire Larry Legend, se non una frase bellissima come quella di Howie Chizek:
Larry Bird lancia semplicemente la palla in aria, dopodiché ci pensa Dio a spostare il canestro per farla entrare”.





giovedì 20 giugno 2013

THE ORIGINAL DREAM TEAM


Dicono sia stato il team più forte mai visto sul campo di uno qualsiasi degli sport di squadra, il più forte di sempre. Dicono che il basket non sia stato più lo stesso dopo Barcellona 1992, dopo che quei 12 ragazzi d’ oltreoceano sbarcarono sulle coste spagnole per stravolgere i parquet olimpici e non solo. Quante volte oggi giorno si sente la parola “dream team”? Tante, forse troppe. Nessuno toglie che si possa usare questa espressione anche al campetto sotto casa, nelle partite con gli amici, nel sostenere la propria squadra mentre vince e sembra essere invincibile, nel lodare il gioco eccelso di una qualsiasi compagine, ma forse in pochi sanno da dove nasce questa espressione, per chi la si usò la prima volta, e tutti devono sapere che non esisterà, mai più, un dream team come quello originale, come il primo. Sarebbe troppo facile parlare solamente per nomi, facendo un elenco dei magnifici 12 e citando le loro statistiche assurde prima, durante e dopo la competizione, senza considerare l'impatto che scatenarono sia nel basket che in tutto il mondo olimpico e sportivo in generale.
Si era già sentito nel mondo calcistico di una squadra che schierasse le proprie riserve perché si considerava troppo forte rispetto alla concorrenza. Era stato il caso della prima Inghilterra del calcio che, credendo che inventare uno sport significasse anche giocarlo meglio degli altri, aveva dapprima snobbato i Mondiali nelle prime due edizioni, non partecipandovi, e poi aveva deciso di non far partire i titolari, subendo una storica sconfitta nel suo esordio nella rassegna iridata, datato 1950, contro i modestissimi, almeno calcisticamente, Stati Uniti. Proprio questi ultimi, inventori e dominatori del basket mondiale, non potevano schierare, durante i Giochi Olimpici, i propri migliori giocatori, provenienti dai parquet NBA, perché la FIBA l'aveva imposto, probabilmente per evitare un'egemonia assoluta della nazionale a stelle e strisce. Nonostante l'assurdità del regolamento, che permetteva alle nazionali europee e sudamericane di schierare anche i loro players NBA e che lasciava agli Stati Uniti la rosa al completo per ogni altra manifestazione internazionale, mondiali compresi, il dominio assoluto c'era sempre e comunque stato anche a livello olimpico. Gli USA del basket, dal 1936 al 1988, erano usciti con l'oro al collo in tutte le edizioni dei Giochi, tranne nella contestatissima annata del 1972, in cui l'URSS aveva scippato gli statunitensi della vittoria all'ultimo secondo, relegandoli all'argento più contestato di sempre in una finale di basket a cinque cerchi. Fino al 1988 dicevamo, perché, in quell'anno, a Seoul, i sovietici batterono ancora gli acerrimi rivali, in una semifinale questa volta senza polemiche. E dopo la sconfitta al Mondiale argentino, ancora una volta in semifinale, contro la Jugoslavia poi campione, che fruttò solo il secondo bronzo in 2 anni, maturò la scelta di lasciare a casa gli universitari, che avevano sempre rappresentato gli Stati Uniti nelle competizioni internazionali (avevano deciso di schierarli anche ai Mondiali, nonostante fosse permesso l'uso di giocatori NBA), per portare i loro beniamini, i più forti atleti nel mondo del basket, alla ribalta di Barcellona 1992. Il Dream Team, guidato in panchina da Chuck Daly, coadiuvato da Lenny Wilkens, PJ Carlesimo e Mike Krzyzewski, era pronto a fare il suo ingresso trionfale nei Giochi.
Prima di entrare nel dettaglio dei protagonisti, fermiamoci ancora un attimo sugli effetti di questa convocazione. Innanzitutto questi giocatori erano degli idoli assoluti per tutti, tifosi, conoscitori di basket, allenatori ma anche per gli avversari stessi, che non li avevano mai affrontati e non sapevano se ci fosse più ammirazione, stima, paura, emozione o timore nel giocare contro di loro. Nessuna partita ebbe realmente storia, finirono tutte con divari amplissimi ma a nessuno sembrava importare. Quel Dream Team era imbattibile, tutti lo sapevano e nessuno si era mai potuto nemmeno illudere, nel suo sogno di gloria più alto, di poterli sconfiggere. Fu l'apoteosi del basket a stelle e strisce, il punto più alto della NBA ma, più in generale, dello sport USA. Ne trassero poi vantaggi lo spettacolo, assoluto in campo e sugli spalti, e il basket stesso, in quanto ottenne una visibilità mai avuta prima, diffondendosi sempre più tra i giovani appassionati e divenendo un fenomeno globale. Da allora, sarebbe stato seguito ed ammirato ovunque, nel ricordo di quella formazione epica, come mai più se ne sarebbero viste.
Come detto, ogni Dream Team mai citato, a partire dal 1992, deve il suo nome a questa nazionale e spesso è proprio questa formazione il metro di giudizio per vedere quanto una compagine sia forte, qualsiasi sia lo sport trattato. Ma chi la componeva? I 12 partecipanti erano divisi tra vecchie glorie, ormai al tramonto della propria fantastica carriera, massimi esponenti del basket di allora, che si contendevano i trionfi e gli anelli sui parquet di casa, e future stelle, già considerate però come campioni assoluti e protagonisti in patria. Capitani della formazione erano niente meno che Larry Bird e Magic Johnson, mentre gli altri 10 erano, in ordine alfabetico (non sarebbe umanamente possibile usare un altro ordine di importanza o di merito): Charles Barkley, Clyde Dexter, Patrick Ewing, Michael Jordan, Christian Laettner, Karl Malone, Chris Mullin, Scottie Pippen, David Robinson e John Stockton. 12 tra i più grandi di giocatori di sempre della palla a spicchi, insieme, nello stesso spogliatoio, sulla stessa panchina, nello stesso campo da gioco. C'è altro da aggiungere? Il Dream Team non avrebbe quasi bisogno di spiegazioni.

Scontato dire che lo score della dozzina da sogno fu 8-0, che l'oro più bello ma nel frattempo più prevedibile della storia dei Giochi per uno sport di squadra finì al collo degli Stati Uniti. Se volete possiamo aggiungere che il minimo distacco fu 32 punti in finale contro la Croazia, unica (quasi) vera rivale per i magnifici di coach Daly, mentre il massimo fu addirittura 68 all'esordio contro la malcapitata Angola, che gli USA lasciarono i loro avversari sempre sotto i 90 punti (massimo furono gli 85 della Croazia nell'ultimo match) e non ne segnarono mai meno di 100 (massimo furono i 127 contro Brasile e Lituania, quest'ultima, pensate, in semifinale), e che tutti loro, meno Christian Laettner, sono oggi parte della Hall of Hame, comprendente solo i più grandi giocatori di tutti i tempi. Il top scoarer fu Charles Barkley con 18 punti di media, a rimbalzo Karl Malone e Patrick Ewing presero entrambi 5.3 palloni di media mentre nelle assistenze, con 5.9 di media, il leader fu Scottie Pippen. Neanche a dirlo, però, il più completo, sia nelle statistiche che come gioco espresso, fu il più grande di tutti i tempi, Michael Jordan (14.9 – 2.4 – 4.8 a partita).

Non si può calcolare quanto abbiano significato questi giocatori per le loro franchigie, né in termini di punti-rimbalzi-assist o altre statistiche, né in termini di storia e successi, non si può calcolare quanto la NBA sia debitrice nei confronti di questi 12 fenomeni per credibilità, affermazione, business della Lega, si può solo cercare di trarre un bilancio di quanto costoro abbiano dato al gioco del basket e, più in generale, allo sport. Le Olimpiadi di Barcellona hanno ospitato tanti campioni, tante medaglie sono state vinte da atleti meritevoli e ci sarebbero ancora tante storie da raccontare. Ma la più bella, la più emozionante, la più unica nel suo genere riguarda quello che è stato e per sempre sarà il primo, grande, unico Dream Team.

domenica 2 giugno 2013

TRA LE STRADE CROATE ED IL MITO NBA




Wolfgang Amadeus Mozart è stato un genio musicale assoluto, portato via dal suo talento e dalla straordinaria abilità con cui componeva solo dalla morte in giovane età. Drazen Petrovic era un genio della palla a spicchi, che componeva la sua personale e meravigliosa melodia sui parquet e ha dovuto abbandonare i campi da basket solo per colpa di un incidente stradale, che ci ha tolto le sue magie a soli 28 anni. Drazen veniva soprannominato in Europa “il Mozart dei canestri”, in onore alla memoria e alle imprese del celebre compositore ma anche, e soprattutto, in onore alle sue capacità fuori dal comune, assolutamente incredibili. 

Quand'ero piccolo, mio fratello, che di basket conosce solo i rudimenti, ma è stato il mio primo insegnante di storia con le sue personalissime idee, mi raccontava di come fosse stato in Croazia e di come l'eco dell'indipendenza, raggiunta nel 1992, fosse ancora vivissimo per le strade e tra le persone che l'avevano vissuta sulle loro pelli. Ecco, avevo poco più di 10 anni quando mi donò un francobollo per commemorare il decimo anniversario della morte di Drazen Petrovic. Lui, che non so nemmeno se sappia dove ha giocato il Mozart del basket europeo, mi ha fatto questo regalo perché, a suo parere, Drazen è stato un idolo, un simbolo, un eroe dell'indipendenza croata, pur non avendovi partecipato attivamente. Tutto il Paese, devastato dal terrore e dagli orrori della guerra, si stringeva intorno alle imprese sportive di questo ragazzo che, allo stesso tempo, si stringeva, cercando di esserne una guida spirituale e di non abbandonare mai le sue origini, intorno a tutto il Paese. 

Petrovic, dopo aver mosso i primi passi nel Sibenik, resta in Croazia, ancora però da chiamare Jugoslavia, nel Cibona, una piccola squadra al confronto con le grandi slave ed europee. Oggi il Cibona Zagabria è dominatore tra le vie di casa ma in Europa difficilmente supera i primi turni. Ecco, Drazen trovò la sua squadra anche più malandata dei nostri tempi (0-10 nelle coppe europee prima del suo arrivo) e la portò a vincere 1 scudetto, con 43.3 punti di media, e addirittura 2 Coppe dei Campioni, in finale contro Real Madrid e Zalgiris Kaunas. Trasferitosi poi ai blancos, scrisse pagine memorabili e record ancora imbattuti nell'unico anno sui parquet spagnoli, culminate con la vittoria nella Coppa del Rey contro il Barcellona e con la leggendaria prestazione in finale di Coppa delle Coppe, tolta alla Snaidero Caserta, condita da 62 punti.

Giunto in NBA 3 anni dopo il 1986, quando i Trail Blazers lo scelsero con la 50° chiamata, a soli 21 anni e senza che avesse ancora dimostrato il suo strapotere sui campi da gioco europei, Drazen non si adatta subito oltreoceano. Anzi, Portland sembra proprio la destinazione meno adatta per lui, chiuso dal futuro hall of hamer Clyde Dexter e da Terry Porter, che lo relegano a terza scelta nel ruolo di guardia tiratrice, per un totale di circa 12 minuti a partita, i quali diventeranno poi 7 nella seconda metà stagione nell'Oregon. Petrovic provò comunque a dimostrare il suo talento, ma, nonostante un'etica del lavoro ferrea e una costanza di rendimento ammirevole, in lui la frustrazione si trasformò in un vero e proprio incubo, non aiutato anche dalle terribili vicissitudini che colpiscono il suo Paese natale e la gente a lui più cara. 

Ecco però che, quel talento cristallino e assoluto, il quale con la nazionale jugoslava gli era valso un oro all'Europeo del 1989 in casa, un oro al Mondiale del 1990 e varie altre medaglie d'argento o di bronzo, oltre che uno straordinario titolo di MVP nel Mondiale spagnolo del 1986 (in cui la Jugoslavia vinse il bronzo), dove aveva regnato sovrano anche sopra gli inarrivabili americani, esplose anche nella NBA. Trasferitosi ai New Jersey Nets tramite uno scambio, Petrovic è ancora sull'orlo di una crisi di nervi. Vuole tornare a casa, tra le sue strade, per ritrovare la sua famiglia e i suoi amici, i suoi affetti più cari e, nel frattempo, ritrovare la passione per la sua ragione di vita: il basket, che aveva perso nella sua permanenza negli States. Rick Carlisle, head coach dei Nets, e Tom Newell, suo assistente, lo convincono però che la scelta giusta sia restare, allenarsi, combattere per diventare un campione assoluto.

La sua dedizione totale al lavoro, che lo portava sempre per primo in palestra e sempre per ultimo a lasciarla, allenamenti fatti di centinaia di tiri provati e riprovati, una difesa sistemata col tempo agli schemi di gioco dei parquet a stelle e strisce e un tiro incredibile, mai visto nelle mani di un europeo e difficilmente rintracciabile pure tra i fenomeni americani, riportano il Mozart dei canestri a essere un campione assoluto. Nella prima metà di stagione nel Jersey alza le sue medie a quasi 13 punti a partita in 20 minuti d'impiego ed esplode la stagione successiva mettendone 20.6 a notte in quasi 37 minuti di gioco, con il 51% dal campo, portando i Nets a 14 vittorie in più dell'anno precedente e ai playoff, perdendo però il primo turno contro i Cavs. La stagione successiva è anche migliore della precedente, con 22.3 punti di media, un incredibile 45% da 3 punti unito al 52% dal campo. L'esclusione dall'All Star Game fu a dir poco contestata, sembrò quasi incredibile che un giocatore con le sue doti fosse escluso dalla competizione che riuniva i migliori giocatori della Lega, di cui certamente Petro faceva parte.

Dopo l'eliminazione ai playoff ancora per mano di Cleveland al primo turno, però, Drazen venne inserito nel 3° quintetto NBA. Può sembrare una magra soddisfazione, ma in quegli anni il basket americano era ai suoi vertici storici per varietà e qualità di numerose sue componenti, con giocatori come Jordan, Olajuwon, Malone, Barkley e molti altri. Unico europeo a farne parte, il croato stava entrando di diritto nel novero dei migliori giocatori al mondo. Con la maglia della sua nazionale, la Croazia, che nel frattempo era diventata indipendente dalla Jugoslavia, Petro stava giocando una partita di qualificazione in Polonia, l'estate seguente, e decise di tornare in Croazia con la fidanzata in macchina, senza seguire i compagni in aereo. Fu la decisione che mise fine al mito di Drazen Petrovic. 

Il 7 giugno 1993, un giorno di pioggia, su un'autostrada tedesca, si diede l'addio al più grande giocatore che la Croazia, ma più in generale il mondo slavo, abbia mai portato sul parquet. A soli 28 anni Drazen morì in un incidente stradale, lasciando un vuoto incolmabile nel basket e nel mondo della sua giovane nazione, di cui era simbolo. I New Jersey Nets ritirarono subito la sua maglia con il numero 3, la Croazia ne fece un eroe nazionale, commemorando il 7 giugno come giorno di lutto nazionale, nominando lo stadio del Cibona a suo nome e aprendo un museo dedicato alle sue imprese. Le sue gesta sono diventate leggenda.

Nessuno saprà mai dire cosa e quanto avrebbe vinto ancora Drazen Petrovic nella sua carriera, quanti e quali record avrebbe potuto scrivere con le sue statistiche incredibili e il suo tiro da 3 ancor oggi tra i migliori mai visti al mondo. Nessuno saprà mai dire se avrebbe vinto un anello, magari lontano dai Nets da cui voleva separarsi, se sarebbe tornato in Europa a dominare come aveva già fatto lungamente, se avrebbe mai fatto pace con il suo once brother Vlade Divac, amico e compagno di molte battaglie con la maglia jugoslava e sui parquet NBA ma che si era diviso da lui in quanto serbo a causa della guerra d'indipendenza. Sicuramente, Petro avrebbe sempre lottato fino all'ultimo, per la sua causa come per quella della sua squadra, del suo popolo, del mondo. Sicuramente, Petro avrebbe portato in alto il suo nome così come quello della sua squadra, della sua nazionale. Sicuramente, Petro è stato, è e sarà un eroe ricordato da tutti, tanto negli Stati Uniti quanto nella sua Croazia.