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domenica 15 dicembre 2013

UN SUPER BOWL SOTTO LA NEVE



La neve. Per tanti è sinonimo di Natale e di festa, per noi amanti del football è sinonimo di “december football”. Giocare una partita sotto i bianchi fiocchi ha sempre un qualcosa di eroico, molte delle differenze esistenti tra i due team vengono annullate e si da il via ad una vera e propria battaglia, giocata però in un’atmosfera quasi magica, emozionante per i giocatori e divertente per i tifosi, soprattutto quelli a casa. Il week 14 è stato definito: “pazzo, ma il più bel weekend di football finora”. E se noi prendessimo l’elemento neve, così bello per tutti, e lo sommassimo alla partita più attesa dell’anno? Otterremmo: “The Snowy Super Bowl”



Per anni la NFL ha voluto evitare i disagi legati al meteo, che riguardano in particolar modo il traffico, il parcheggio e la mobilità dei tifosi, per la partita che decide la stagione. Spesso si è giocato in città fredde, ma sempre in impianti al coperto. Qualcosa potrebbe cambiare quest’anno, quando il Super Bowl si giocherà al Metlife Stadium di New York, una città fredda con uno stadio scoperto. E potrebbe essere semplicemente fantastico.

A Philadelphia, tutto il primo tempo è stato contrassegnata da una tempesta di neve che ha lasciato sul terreno ben 20 centimetri di neve. Tutte le tattiche sono saltate, calci completamente inutilizzabili e corse che finivano con il casco e la faccia piena di neve. I giocatori, a fine partita, hanno ammesso di essersi divertiti e, quando la tempesta ha lasciato il posto ad una neve leggera, la partita è stata decisamente più gradevole e coinvolgente, tant’è che ben 46 dei 54 punti combinati tra le due squadre sono arrivati nella seconda frazione di gioco. Anche a Baltimore la neve ha caratterizzato la partita rendendo tutto imprevedibile. Alcuni dei Ravens non avevano nemmeno mai visto o giocato con la neve ed erano davvero emozionati di aver potuto giocare una gara del genere, nella quale si è deciso tutto negli ultimi due minuti con ben 36 punti combinati e il touchdown della vittoria nero-viola a 4 secondi dal termine. Anche a Pittsburgh e a Kansas City si sono giocate partite su un manto nevoso, non alto come nelle altre due città, ma che ha comunque lasciato una sensazione piacevole nei giocatori.    

Per molti atleti, cresciuti in zone calde degli USA è un sogno giocare tra la neve, proprio come farebbero dei bambini. Anche i fan la amano, sia perché meno fastidiosa di pioggia o vento, sia perché lascia in memoria un’ esperienza unica, che potranno raccontare ai loro amici. 



E dunque un Super Bowl con queste condizioni meteo sarebbe fattibile? Si, ma con dovute considerazioni. Con una tempesta come quella di Philadelphia non sarebbe gradevole, la posta in palio sarebbe davvero troppo alta e anche per i tifosi la visibilità sarebbe ridotta. Ci sarebbero molti più problemi che gioie a giocare con 15-20 centimetri di neve. Però giocare con una neve anche di media intensità e col campo tutto imbiancato sarebbe decisamente uno spettacolo unico. E’ vero salterebbe qualche schema, la palla verrebbe messa in aria più spesso, ma ogni giocata sarebbe unica, proprio perché fatta in mezzo ai fiocchi bianchi. Immaginatevi un passaggio da touchdown, una corsa o un ritorno effettuato sotto la neve, la giocata entrerebbe di diritto nella leggenda. Per i tifosi poi sarebbe stupendo, il colpo d’occhio che regalerebbe un campo imbiancato sarebbe bellissimo.

Un Super Bowl innevato entrerebbe nella storia, una gara epica ed irripetibile ed i giocatori che vi parteciperanno saranno ricordati quasi come eroi. Anche se inizialmente ci sarebbe confusione negli schemi, sia gli atleti che i coach sono abbastanza preparati per superare le difficoltà climatiche ed avvantaggiarsi nei confronti dell’altra squadra. Sarebbe sicuramente una gara pazza ed imprevedibile, ma potrebbe essere davvero bellissima. Magari madre natura vorrà ascoltarci e ci regalerà uno spettacolo pressoché irrepetibile, le previsioni e le medie della zona sono contro la probabilità, però chissà, mai dire mai. 



giovedì 8 agosto 2013

BEST SUPERBOWL EVER?



Al Tampa Stadium di Tampa Bay, si gioca, il 27 gennaio del 1991 il Super Bowl numero XXV, che vede di fronte i New York Giants, campioni NFC, e i Buffalo Bills, campioni AFC. Nonostante sia la loro prima apparizione in una finale, i Bills sono super favoriti per la vittoria grazie ad un attacco stellare che ha segnato 428 punti fino ad allora e per il ricordo della vittoria per 17-13 sui rivali in stagione regolare, mentre i Giants, dopo aver conquistato il loro primo titolo nel 1986 contro i Broncos, si aggrappano alla difesa leader della Lega, con soli 211 punti concessi, per tentare di tornare ad afferrare il Lombardi Trophy.

Sono ben 9 i giocatori di Buffalo ad essersi guadagnati la convocazione al Pro Bowl, dato significativo del talento della squadra. Bruce Smith guida la difesa fresco dell'elezione ad NFL Defensive Player of the Year, grazie ai 19 sacks in stagione regolare, e alle sue spalle ci sono tre linebackers di eccezionale caratura come Darryl Talley, Shane Conlan e Cornelius Bennett. L'attacco era però la parte devastante della squadra: il quarterback Jim Kelly ha chiuso la stagione da top rated con un coefficiente di 101.2 per 2,829 yards, 24 touchdown e soli 9 intercetti; i due wide receivers non sono da meno, Andre Reed è uomo da 71 ricezioni e 8 touchdown, mentre il futuro hall of hamer James Lofton ha una straordinaria media di 20.3 yards guadagnate per ogni ricezione; da non dimenticare poi il fortisimo running back Thurman Thomas, che ha portato palla per 1,297 yards e 13 touchdown, oltre al talentuoso tight end Keith McKeller. I Bills chiudono quindi la stagione regolare col record di 13-3 e si apprestano a giocare dei playoff da protagonisti assoluti.

L'eccezionale difesa dei Giants è guidata dal defensive tackle Erik Howard e dai linebackers Pepper Johnson e Lawrence Taylor in prima linea, mentre la secondaria ha in Everson Walls (6 intercetti in stagione) la sua punta di diamante. L'attacco era però tutt'altro che formidabile, il 17° complessivo della Lega, ma logorava le difese avversarie con lunghi drive ed era insuperabile come palle perse, solamente 14 in 16 partite. I linemen Bart Oates e William Roberts erano gli unici Probowler dell'attacco e il kick returner Dave Meggett si era messo in mostra con le sue 467 yards ritornate su punt. Nonostante la sconfitta in casa contro i Bills, i Giants chiusero la stagione con il loro stesso record di 13-3 e vinsero l'NFC East.

Buffalo ebbe filo da torcere nel Divisional di playoff contro i Dolphins quando, nonostante un vantaggio iniziale di 20-3, si fece rimontare fino al 30-27 nell'ultimo periodo di gioco. Kelly però chiuse un eccezionale partita da 337 yards e 3 touchdown passes, mentre Reed, Lofton e Thomas giocarono una partita egregia, chiudendo i giochi sul 44-34. Vita molto più facile nell'ultimo atto di AFC ebbero i Bills contro i Raiders: nella prima metà di gara gli uomini di Buffalo segnarono 41 punti, record di tutti i playoff NFL, e chiusero il match con un agevole 51-3, guidati ancora una volta da Kelly con 300 yards passate e 2 passaggi da touchdown.

I Giants superarono agevolmente, nel Divisional Round, i Bears per 31-3 e si trovano ad affrontare, nell'NFC Champioship Game la squadra più forte e temuta del campionato. I 49ers avevano chiuso la stagione con il record migliore di tutta la NFL, 14-2, ed erano i vincitori degli ultimi 2 Super Bowl giocati. Favorita di 6 punti e mezzo alla vigilia, San Francisco schierava un attacco da urlo, con Joe Montana come quarterback e Jerry Rice come wide receiver. La difesa però li contenne alla perfezione, anche se nel quarto periodo lo svantaggio era ancora di 9-13. Due kick-off di Matt Bahr, che centrò 5 volte i pali in quel match, però ricucirono lo svantaggio e diedero la vittoria per 15-13 a New York, anche grazie a un fumble recuperato con 2 minuti e mezzo sul cronometro con un'azione di Howard e Taylor.

Nonostante il percorso più o meno simile per giungere al Tampa Stadium e giocarsi il titolo, i Bills vengono dati per vincitori certi del Super Bowl XXV grazie ad un attacco mostruoso da 95 punti in 2 gare di playoff. New York aveva però già messo in difficoltà la super formazione campione in carica proprio bloccando le sue avanzate e rispondendo con lunghi e logoranti drive. Il tutto si conferma nel primo attacco di Buffalo, fermato efficacemente dai Giants e da un contrattacco lungo ben 6 minuti e 15 dei newyorkesi che porta Bahr a segnare il field goal del 3-0 iniziale. La partita sembra quindi aperta a tutti gli scenari e si sarebbe conclusa in una lotta all'ultimo punto.

La risposta non si fa attendere e i Bills nel possesso successivo rimettono la situazione in parità con il field goal di Scott Norwood dopo un'azione spettacolare di Lofton da 61 yards su passaggio di Kelly. L'attacco stellare incomincia a funzionare a dovere nel drive successivo, quando Kelly chiude un'azione da 80 yards per 4 minuti e 27 di gioco, senza affrontare terzi down, passando per la corsa da 1 sola yard del running-back Don Smith per il touchdown del 10-3. Andre Reed riceve nel drive ben 4 passaggi, che aggiunti a quello dell'azione precedente portano al record di 5 completi in un solo periodo per un giocatore al Super Bowl. Con il sack di Bruce Smith in end zone, che provoca una safety in favore dei Bills, Buffalo si trova a condurre 12-3 e sembra inarrestabile. Il Lombardi Trophy pare possa cadere nelle sue mani.

I Giants però, nel drive successivo, sferrano un grande attacco alla difesa avversaria da 87 yards, chiuso con il passaggio da touchdown di Jeff Hostetler a Stephen Baker per ridurre il deficit a 10-12. NY non si ferma qui e apre il terzo periodo con un drive da 75 yards e 14 azioni per segnare con Ottis Anderson il vantaggio per 17-12. L'azione in questione porta a un altro record per il Super Bowl: dura 9 minuti e 29, con 3 conversioni al terzo down e delle giocate memorabili che portano alla buona riuscita di un attacco tenace e ostico nella sua avanzata verso la meta. Nel quarto periodo, però, Buffalo si rianima ed attacca di nuovo senza sosta, avanzando di ben 63 yards in sole 4 giocate, salvo poi scatenare la corsa di Thomas per un touchdown da 31 yards che, non solo porta i Bills avanti 19-17 con pochi minuti rimasti sul cronometro, ma segna anche il punto numero 1000 nella storia delle finali NFL.



Nell'azione successiva New York costruisce un drive perfetto, fatto di 14 giocate per 74 yards di guadagno. Non potendo però raggiungere il touchdown, i Giants si accontentano con una saggia decisione di un field goal, che Bahr trasforma per il nuovo vantaggio 20-19 della sua formazione. Il successivo drive di Buffalo non ha risultato, così però come quello seguente degli avversari, che, con 2 minuti e 46 rimasti sul cronometro usano un punt per respingere i Bills. E' l'ultima opportunità rimasta per vincere, la palla è nelle mani di Kelly.

L'ultima avanzata della partita è costruita dal quarterback variando moltissimi schemi e tattiche di gioco, ma non riesce ad avanzare in maniera decisa. Con 8 secondi rimasti sul cronometro, però, Norwood può calciare un field goal non impossibile da 47 yards per portare i suoi alla vittoria. In una partita tanto combattuta e avvincente è difficile dire chi meriti di portare a casa il trofeo, ma, purtroppo per i Bills, il calcio risulta molto largo sulla destra e il match si chiude sul 20-19 per i Giants, che conquistano il secondo Super Bowl della loro storia.



In una gara in cui entrambi i quarterback hanno giocato sottotono, chi l'ha fatta da padrone sono stati i due running-back, entrambi sopra le 100 yards guadagnate. Anderson ne prende 102 e segna un TD, risultando l'MVP della finale, mentre Thomas corre per 135 e aggiunge anche 5 passaggi per 55 yards al suo bottino, dando persino l'impressione di poter diventare l'MVP nonostante la sua squadra abbia perso la partita. Ciò non avviene, ma le sue 135 yards su corsa restano il miglior risultato per un running-back perdente in un Super Bowl.


Oltre a essere stata la prima finale senza alcun turnover, è ciò che è seguito ai fatti di Tampa Bay a risultare straordinario. I Bills raggiungeranno per i successivi 3 anni il Super Bowl, senza però riuscire mai a vincere, sconfitti per due volte dai Cowboys e per una dai Redskins, per un'incredibile dato di 4 atti finali consecutivi senza mai portare a casa il Lombardi Trophy. I Giants invece ne vinceranno altri due, partendo ancora una volta da assoluti sfavoriti, contro i New England Patriots nei SB XLII e XLVI (GIANTS OVER PATS: First HalfGIANTS OVER PATS: Second Half) e ne perderanno uno in finale contro i Ravens nel 2000. Il football è uno sport incredibile, nulla si può mai dare per scontato e questi ne sono esempi concreti !

giovedì 1 agosto 2013

OLD, DEAR, NICKNAME







L’estate, si sa, è un periodo triste per gli amanti degli sport americani, l’NFL e l’NBA sono in vacanza e gli argomenti succulenti scarseggiano. Però, per tenervi compagnia sotto l’ombrellone, oggi vi propongo un argomento leggero e fresco: i soprannomi dei giocatori NFL! 

Come sapete, (WHAT'S THE NAME: Part 1 e WHAT'S THE NAME: Part 2) ho una certa curiosità per nomi e soprannomi e in un’era in cui i nicknames stanno scomparendo quasi del tutto, sostituiti da banalissime unione di iniziali e numero di maglia del giocatore di turno, voglio farvi fare un viaggio alla scoperta di alcuni dei più belli e famosi nicknames degli attuali giocatori NFL, a cui aggiungerò anche un mio breve commento.

Partiamo da uno dei più conosciuti, il wide receiver dei Detroit Lions: Megatron, Calvin Johnson. Donatogli da un suo ex compagno di squadra, il nome è un riferimento al film “Transformers”, nel quale Megatron è l’antagonista principale. Sia la sua abilità nel saltare e compiere prese straordinarie sia la sua esplosiva potenza lo rendono simile ad un robot e, personalmente, il nome calza a pennello, gli conferisce quell’aurea minacciosa che fa capire agli avversari di trovarsi di fronte una macchina da ricezioni, difficile da limitare, come il giusto nemico di un film.

Un altro famosissimo è quello del quarterback dei Pittsburgh Steelers, Ben Roethlisberger, Big Ben. Datogli per via del suo fisico possente, è ovviamente associato anche al famoso orologio londinese. Questo soprannome è storico e, anche se non è nulla di particolarmente originale, è uno dei migliori. 

Opposto alla grandezza di Roethilsberger c’è il running back dei Jacksonville Jaguars, Pocket Hercules, Maurice Jones Drew. Alto solamente 170 cm è però dotato di una grandissima forza fisica che gli permette di sfidare con vigore ed intensità le difese avversarie, proprio come Hercules affrontava le sue dodici fatiche. Fino ad oggi ha sempre portato sulle spalle i suoi Jaguars, dunque il soprannome è davvero azzeccato.

Uno dei più simpatici è quello di Benjarvus Green-Ellis, The Law Firm. L’attuale running back dei Cincinnati Bengals ricevette questo soprannome dai suoi ex compagni di squadra dei Patriots; infatti questi, sentendo come suonasse altisonante il suo nome, dissero che sembrava quello di un importante avvocato di un grosso studio legale della città e, da quel giorno in poi, anche i media cominciarono a riferirsi a Benjarvus come appunto allo “studio legale”.

Uno che non mi piace per nulla, anche visto il suo modo di giocare in certe situazioni, è quello del quarterback degli Atlanta Falcons, Matt Ryan, Matty Ice. E’ un soprannome che si porta dietro già dai tempi del college per la sua capacità di rimanere freddo e lucido nei momenti più caldi della partita, tuttavia, pur suonando bene, non trovo sia l’ideale per un giocatore che si è fatto scivolar via la possibilità di giocare il Super Bowl, dopo che i suoi erano in vantaggio di 17 punti.

Un giocatore che abbiamo già avuto modo di conoscere nella sua grandezza è Adrian Peterson, Purple Jesus o AD. Trovo il primo dei due più originale, essendo più recente e legato alle sue strabilianti imprese con la maglia dei Vikings, il secondo invece è il suo soprannome storico e più usato. Quest’ultimo non si riferisce alle iniziali del suo nome, ma bensì al fatto che già quando era un ragazzino i suoi genitori pensavano potesse correre “All Day”, tutti i giorni.

Il grande rivale di Peterson nel ruolo di running back è Marshawn Lynch, The Beast Mode. Durante un’intervista, un giornalista gli chiese di trovare un modo per descrive il suo stile di gioco e il giocatore dei Seahawks rispose, anche per via del suo straripante modo di correre, di sentirsi “bestiale”. Inoltre per sottolineare questo suo stile, in ogni partita, appiccica uno sticker con il suo soprannome sotto l’occhio sinistro. E vedendo qualche highlights delle sue giocate non posso che essere d’accordo con la sua scelta.




Solitamente si dice che i cornerback giochino su un’isola, essendo più lontani dal resto dei giocatori, e il più forte cornerback della NFL ha deciso che ogni receiver che si scontrerà con lui giocherà nella sua personalissima isola. Stiamo parlando di Darrell Revis, Revis Island. Davvero un ottimo nome perché Revis è un giocatore che, prima dell’infortunio al ginocchio, era talmente forte da non far lanciare i quarterback nella sua zona, tanto è bravo nel realizzare intercetti. Oggi è ancora sicuramente uno dei migliori della lega, perciò, anche nella sua nuova isola a Tampa Bay, sarà un terrore per i quarterback e i receivers che vorranno avventurarsi nel suo territorio.

Boston è una città all’antica, ricca di tradizioni europee, ma fino alla passata stagione c’era un pizzico di Las Vegas nei Patriots, infatti il ricevitore preferito di Tom Brady era Slot Machine, Wes Welker. Soprannome usato spesso dai giornalisti, meno dai suoi ex compagni di squadra, il neo receiver dei Broncos verrà comunque ricordato con questo appellativo, che suona tra l’altro molto bene.

Ora gli ultimi tre, in ordine di preferenza, perché mi piacciono tutti, sono originali e rispecchiano al meglio le abilità di questi giocatori.

Un giocatore poco conosciuto, anche perché è stato Pro Bowler solamente nel 2007, è il running back, attualmente free-agent, Marion Barber, Marion the Barbarian. Datogli per via del suo stile di gioco fisico e rude, riporta subito alla mente il nome di Conan il Barbaro, un guerriero selvaggio proprio come Marion.

Claymaker, Clay Matthews. Il temibile linebacker dei Green Bay Packers ha ricevuto il suo soprannome per la grandissima abilità che possiede nel compiere giocate decisive, infatti Claymaker è la somma di “Clay” più “playmaker”, termine che, nel football, si utilizza per indicare giocatori che riescono a compiere grandi e importanti azioni. Un soprannome incredibile per un giocatore fenomenale.

Siamo giunti al migliore, che possiede ben due nicknames: Troy Polamaulu, The Samoan Head Hunter o Tazmanian Devil. Entrambi sono davvero belli, si riferiscono alle origini samoane di Troy e sono terrificanti per gli avversari. I tackle volanti della safety degli Steelers sono diventati storici e non pochi uomini si sono visti piombare addosso questo demonio e non poche volte sono finiti a terra per colpa dei suoi durissimi colpi.

Eccoci dunque arrivati alla fine di questo articolo, che spero vi sia piaciuto e, tra una granita e un gelato, vi abbia fatto scoprire una parte curiosa in più del mondo NFL. 




venerdì 5 luglio 2013

L'ANGOLO TECNICO: NFL ROLES - SPECIAL TEAM






Terzo appuntamento con l’angolo tecnico ragazzi! Come vi avevo preannunciato la volta scorsa, oggi inizieremo a trattare i ruoli. Se vi ricordate bene, avevamo detto che nel football americano esistono 3 squadre: l’attacco, la difesa e lo special team. Ognuna di queste è composta da 11 giocatori, ma tra l’una e l’altra esistono profonde differenze. Per chiarezza espositiva e per facilitarvi il compito di apprendimento ho scelto di trattare le tre squadre in tre articoli separati. Oggi inizieremo dal più particolare: lo special team.

Questo team entra in gioco in tutte quelle situazioni in cui sia previsto calciare la palla (kick-off, punt, field goal o extra point) ed al suo interno sono presenti sia giocatori altamente specializzati, come il kicker o il punter, sia riserve dell’attacco e della difesa, che hanno uno scarso utilizzo nelle loro rispettive squadre e che perciò entrano a far parte dello special. La composizione degli elementi può variare leggermente se si tratta di calciare un field goal, dove verranno schierati giocatori forti fisicamente, capaci di bloccare a lungo gli avversari, o di recuperare (nel gergo si usa la parola “ritornare”) un calcio, dove verranno schierati giocatori più agili e veloci, capaci di muoversi rapidamente su tutto il campo. Solitamente i membri dello special team vengono considerati i meno importanti del roster, perché vedono il campo solo per brevi periodi, risultando  anche i meno pagati della squadra, ma non è raro il caso in cui siano proprio questi uomini a decidere le partite nei secondi finali. Uno dei più celebri a riuscire in questo tipo di imprese è Adam Vinatieri, attuale kicker dei Colts, che piazzò due calci decisivi per la vittoria, sia nel Super Bowl 36 che nel Super Bowl 38, quando ancora giocava nei Patriots.

I ruoli principali di questo team sono sostanzialmente cinque: il kicker, il punter, il long snapper, l’holder e il kick returner. Vediamoli ora uno per uno:

  • Il kicker, detto anche placekicker, è sicuramente il giocatore più importante dello special. Il suo compito è calciare la palla nei kick-off, negli extra points e nei field goals e deve avere sia potenza che precisione. Infatti da lui possono dipendere molti schemi della squadra e, per questo motivo, deve essere in grado di saper misurare la portata del suo calcio a seconda della situazione.
  • Il punter si differenzia dal kicker, sia per le azioni in cui è impiegato che per il modo di calciare. Infatti questi entra in campo solo quando la squadra in possesso, al quarto down, deve far allontanare il più possibile la squadra avversaria; è rarissimo vedere un punter realizzare un punto (l’ultima volta è successo nel 2005), proprio perché il suo compito è più di protezione del territorio che di guadagno. L’altra differenza riguarda il fatto che lui riceve la palla direttamente dallo snap, dunque prende la palla con entrambe le mani e poi la calcia, mentre il kicker tira sempre con la palla posizionata sul “tee”, un piccolo supporto che serve a tenere l’ovale sollevato dal suolo.
  • L’holder è colui che riceve lo snap dal long snapper e posiziona la palla per il kicker. Questo ruolo è ricoperto o dal punter o dal quarterback di riserva e sul terreno si posiziona a 7-9 yard dalla linea di scrimmage.
  • Il long snapper è un ruolo marginale, ma di decisiva importanza nello special. E’ un centro particolarmente abile a lanciare la palla velocemente e precisamente al proprio punter o all’holder. Subito dopo aver eseguito lo snap deve dedicarsi al lavoro di bloccaggio degli avversari. Gli snapper sono molto difficili da trovare, proprio perché poco visibili e altamente specializzati, ma non averne uno capace può comportate seri danni alla squadra, che si ritroverà svantaggiata nei calci, perché uno snap mal eseguito può provocare il fallimento della giocata. 
  • Il kick returner è sicuramente il ruolo più spettacolare tra questi. Il suo compito è posizionarsi il più lontano possibile dal calcio, riceverlo, e cercare di ritornarlo in touchdown attraversando tutto il campo. E’ solitamente anche il più veloce dell’intera squadra e può ritornare sia i kick-off, sia i punt. Deve avere una grande lettura di gioco, riuscendo con la sua agilità e velocità ad individuare gli spazi liberi e correre il più velocemente possibile verso la end zone avversaria. Se un ritorno si trasforma in touchdown è sicuramente una giocata da highlights, perché significa che il giocatore ha percorso tutto il campo, evitando tutti i blocchi e correndo più veloce di qualunque altro. 

La lezione di oggi è sicuramente la più facile delle tre sui ruoli, ma è comunque importante memorizzare queste posizioni, perché molte delle fortune di un team possono dipendere da come venga coordinata questa unità. In futuro guarderemo anche qualche particolare schema che coinvolge lo special team e delle azioni storiche che hanno deciso le partite. Studiate bene in attesa del prossimo appuntamento, il discorso inizia a farsi intrigante!  






domenica 16 giugno 2013

GIANTS OVER PATS – STORIA DI UN MIRACOLO SPORTIVO (Second Half)


Dicono che i miracoli avvengono una volta sola. Dicono che, solitamente, se una squadra vince in maniera incredibile, questo non si ripeterà più e quella formazione tornerà nell'ombra e, se mai, ricapiterà ancora nella medesima situazione, con la medesima possibilità di vincere, contro i medesimi avversari, si farà giustizia sportiva e i valori in campo si mostreranno per ciò che sono veramente. Ecco, parlatene con i New York Giants e con Eli Manning. Soprattutto, però, provate a chiedere a Tom Brady e ai New England Patriots che cosa ne pensano di questo e degli uomini della Grande Mela. Vi raccomando cautela, non vorrei vi usassero come pallone nei loro prossimi allenamenti.

Sfumata 5 anni prima, la stagione (quasi) perfetta di New England, restava un ricordo e un sogno perso all'ultima corsa, all'ultimo assalto, negli ultimi 60 minuti di gioco. I Patriots non si erano però persi d'animo e avevano collezionato una serie di qualificazioni alle partite che contano, anche se non erano mai arrivati a giocarsi il Super Bowl dopo la famosa notte di Phoenix. Ecco però che, nella regular season 2011, con un record di 16-3 sembravano essere tornati ai vertici e, di certo, lo erano in AFC, che avevano terminato quell'anno al posto #1, per la prima volta sempre dal 2007. La prima gara di post season portò a diversi record di franchigia per i Pats: 5 passaggi da touchdown di Brady prima dell'intervallo (6 a fine gara), 509 yards totali guadagnate, 45 punti e 35 di margine dai Broncos, letteralmente demoliti dagli avversari. Contro i Ravens, però, non ebbero allo stesso modo vita facile, tanto che la gara restò in bilico fino all'ultimo, con Sterling Moore, safety di NE che forzò, con la sua difesa impeccabile Baltimore ad un field goal da 32 yards per andare all’overtime. Billy Cundliff, però, lo sbagliò, e con lo score finale di 23-20 i Patriots si riguadagnarono la partita decisiva per il titolo. Nonostante le difficoltà contro la numero 2 di conference, la squadra sembrava essere tornata ai fasti di 5 anni prima, dimostrando una certa superiorità sulle avversarie incontrate. Era tempo di un nuovo titolo, che mancava dal 2003. Dall'altra parte, però, non potevano mancare i New York Giants, pronti, nuovamente, a rovinare la festa a Brady e compagni.

Esattamente come 5 anni prima, la stagione regolare dei Giganti non fu eccezionale, né esaltante. Qualificatisi alla posizione numero #4 in NFC, si erano guadagnati il wild card match, questa volta giocato tra le mura amiche, contro i Falcons di Matt Ryan. Nonostante l'iniziale vantaggio di due punti di Atlanta, i newyorkesi schiacciarono le pretese degli avversari quasi doppiando le loro yards guadagnate e limitando a sole 4 le conversioni di terzo e quarto down su 17 tentate. La fiducia acquisita non bastava, però, in quanto ora bisognava andare a Green Bay a sfidare la prima forza della stagione NFC e le premesse erano tutte a sfavore dei Giants. Per il secondo anno consecutivo e per la quarta volta negli ultimi 5 anni, con una moda cominciata proprio dalla squadra vincitrice del Super Bowl XLII nel 2007, però la prima forza di conference viene eliminata nel divisional round. I Packers finiscono al tappeto di fronte a uno straripante Manning da 330 yards (record personale in postseason) e 3 lanci da touchdown e, per il sesto anno di fila, i vincitori del titolo della stagione precedente escono alla prima di playoff. Gli ultimi avversari dei Giganti sulla strada verso la finale sono i 49ers e qui la storia sembra ripetersi, quasi a far presagire un altro miracolo sportivo. Il punteggio non differisce molto da quello dell'NFC Championship Game di 5 anni prima, 20-17 (fu 23-20 contro i Packers), ma la gara si decide sempre in overtime e sempre grazie ad un field goal decisivo di Lawrence Tynes. Con queste premesse i Giants corrono in finale, pronti ad affrontare nuovamente i Patriots per estirparli di un altro titolo e portare Eli Manning e i suoi compagni dritti nella storia della NFL.

Al Lucas Oil Stadium di Indianapolis, i 12 punti di margine del 2007 prima si erano ridotti a 2.5, ma gli uomini del New England restavano favoriti sugli avversari e, spinti da una grandissima voglia di rivincita, erano pronti a dimostrare che i miracoli, come si dice solitamente, accadono una volta sola. I newyorkesi però, esattamente come nella finale precedente, non si sentivano il capro espiatorio della furia di Brady e compagni e con una fiducia certamente maggiore che nel 2007 si apprestavano a fare doppietta.

Terzo team dopo i Rams del 1979 e i Cardinals del 2008 a raggiungere la finale nonostante sole 9 vittorie in regular season, i Giganti si portarono sul 9-0 già nel primo periodo, dopo un errore di Tom Brady che, mentre stava lanciando, aveva superato la metà campo senza ricevitori nonostante fosse nella sua end zone, ed un touchdown da 78 yards in 9 azioni chiuso dal passaggio di Manning per Victor Cruz. Fu allora però che Brady sfoderò un saggio della sua classe, con 8 completi consecutivi, guidando i suoi, dopo un field goal di Gostkowski dalle 29 yards, fino al touchdown del vantaggio, completato da Woodhead per il 10-9 Patriots all'intervallo lungo.

Con un altro drive degno della sua fama, il quarterback di New England portò Aaron Hernandez a festeggiare in end zone per il 17-9 che sembrava incanalare la sfida sui binari dei Patriots che, con un vantaggio superiore al singolo touchdown e una rinfrancata vena realizzativa, si potevano permettere più di un desiderio di stringere le mani sul Lombardy Trophy. New York rispose subito però con un field goal di Tynes dalle 20 yards che riportò i suoi a contatto. Dopo un paio di azioni da nulla di fatto, con 4.06 sul cronometro dalla fine del match, la prima delle due azioni cruciali per il risultato finale fu un clamoroso incompleto di Wes Welker sulle 44 yards dei Giants. Un lancio perfetto di Brady per il suo ricevitore, scattato precisamente e pronto a convertirlo in un primo down che avrebbe praticamente chiuso i conti. Incredibilmente però Welker, ricadendo a terra, si lasciò sfuggire il pallone e i Patriots chiusero quindi un drive decisivo senza punti a referto. Il miracolo però, con 3.46 rimasti e partendo dalle proprie 12 yards, sempre sul punteggio di 12-17 per gli avversari, doveva ancora compiersi. Eli Manning era pronto per essere nuovamente l'uomo della Provvidenza newyorkese.



Un lancio incredibile del quarterback, marcato stretto dai difensori avversari e pericolosamente vicino alla propria end zone, portò Mario Manningham alla ricezione più importante della sua carriera, una meravigliosa presa sul bordo sinistro del campo a contatto con la linea dell'out. 38 yards di guadagno, Giants balzati inverosimilmente a metà campo, con un'azione degna dell'”helmet catch” di 5 anni prima, e pronti a portarsi verso la end zone avversaria e verso un'altra vittoria di dimensioni epiche. Dopo un paio di prese ancora del receiver eroe di giornata, il running back Amhad Bradshaw, con 1.03 sul cronometro, chiudeva un drive eccezionale e storico con una stranissima corsa verso la end zone, quasi a voler guadagnare qualche secondo fermandosi sulla linea finale e guardando gli avversari increduli e distrutti da una nuova rimonta completata dai Giganti nei loro confronti a pochi attimi dal termine. Con 57 secondi rimasti, NY fallì l'opportunità della conversione da 2 punti e la palla passò a Brady per un disperato tentativo di andare dall'altra parte del campo. Il cronometro si azzera sull'ultimo lancio utile del quaterback di New England verso la end zone, dove Aaron Hernandez non riesce nella presa, ben braccato dai difensori dei Giants. É finita, è finita. E ancora una volta i Patriots si devono inchinare e lasciare il Lombardi Trophy a New York.




Eli Manning, dunque, aveva lanciato ancora una volta la sua squadra verso il titolo e si era guadagnato il secondo titolo di MVP del Super Bowl che, per la seconda volta, finiva nelle mani dei Giants, ancora una volta miracolati dopo un inizio di stagione difficile e dei playoff assolutamente incredibili. Manning, l'uomo degli ultimi minuti, l'uomo dei lanci impossibili, l'uomo della Provvidenza, era ancora una volta sul tetto dell'olimpo e guardava tutti dall'alto al basso. 

venerdì 14 giugno 2013

L'ANGOLO TECNICO: NFL BASICS 2






Eccoci al secondo appuntamento con il mio angolo tecnico!

L’ultima volta ci eravamo lasciati con le prime basi del gioco, oggi voglio approfondire maggiormente alcune dinamiche del football americano e, soprattutto, portarvi a conoscenza di alcuni termini che ritroverete spesso nei nostri articoli. Per fare questo vi propongo un piccolo glossario, cosicché possiate orientarvi più facilmente nei concetti.

·        Backward pass: è un passaggio all’indietro, tipico del rugby, usato molto raramente nelle normali azioni di gioco, è utilizzato nella maggior parte dei casi nelle giocate che prevedono una finta, dove ad esempio, il running back corre verso la propria linea offensiva e poi ripassa la palla al quarterback che può lanciare. 

·        Blitz: è una giocata difensiva, chiamata dai linebacker o, più raramente, dai defensive back, che prevede di penetrare nella linea avversaria per cercare di placcare il quarterback e può essere eseguita da uno o più giocatori. E’ molto rischiosa perché, nel caso la linea resista o il quarterback riesca a lanciare, la propria difesa rimane molto scoperta. Gli schemi di “pass rushing” si basano proprio su questa tattica molto aggressiva.

·        Drive: è la serie di azioni consecutive condotte dalla squadra in attacco. Possiamo anche definirlo come la somma di tutti i down che la squadra guadagna. 

·        Fumble: è l’errore commesso, da un giocatore avente possesso del pallone, che comporta la perdita del possesso di palla a favore della squadra avversaria. Può verificarsi, ad esempio, per uno snap mal eseguito dal centro, per una disattenzione del receiver qualora non abbia ben saldo il pallone nelle mani o se lo lasci sfuggire o perché un running back durante un contatto ha perso la palla; in tutti questi casi, se la palla viene recuperata da un avversario è un fumble. Esistono anche i “forced fumble”, che avvengono quando un giocatore difensivo con la sua giocata fa perdere il controllo della palla all’avversario e questa venga poi recuperata da un suo compagno.  

·        Goaltending: è un tentativo di impedire o, più raramente, favorire la segnatura di un field goal. 

·        Handoff: è il passaggio alla mano che il quarterback effettua per il suo running back. 

·        Incompleto: è il termine che si usa per indicare un passaggio non andato a buon fine o perché la palla ha toccato terra prima che il ricevitore potesse prenderla, o perché è uscito dal campo o perché il ricevitore stesso non è riuscito a guadagnare il possesso dell’ovale, lasciandoselo scivolare dalle mani.

·        Intentional grounding: è l’azione nella quale il quarterback, per evitare un sack e quindi una perdita di yard, lancia volontariamente un passaggio non ricevibile.  

·        Intercetto: è un’azione difensiva nella quale un difensore cattura il lancio avversario e regala il possesso alla propria squadra. Un intercetto subito è una grave pecca per il quarterback, in quanto rischia di compromettere il risultato finale, soprattutto se lo subisce nella propria metà campo o se questo viene ritornato in un touchdown. 

·        Onside kick: è un tipo particolare di kick off che viene calciato non alto e lungo, ma corto e laterale, così da cercare di riconquistare il possesso della palla immediatamente. E’ possibile vederlo quando una squadra in svantaggio sta cercando disperatamente di recuperare, perché nel caso non andasse a buon fine, la squadra avversaria ripartirebbe ad una distanza davvero prossima alla end zone. 

·        Passer rating: è il coefficiente numerico con la quale si misura la prestazione del quarterback. Si calcola tramite una complessa operazione matematica che tiene conto di passaggi completati, yard guadagnate, passaggi da touchdown e intercetti. Il risultato totale può variare tra 0 e 158,3. Per fare un esempio concreto, il più alto passer rating per una stagione è stato ottenuto da Peyton Manning con 121,1. 

·        Sack: è l’azione nella quale il quarterback viene placcato dietro la linea di scrimmage prima che possa effettuare un lancio. Deve essere fondamentale, perché il sack si compia, che il quarterback mostri chiaramente l’intenzione di lanciare, altrimenti si tratta di un normale tackle e non comporterà una perdita di 5 yard. Per lui e la sua linea d’attacco subire un sack è una cosa abbastanza grave, per il difensore che lo compie invece è un motivo di vanto che ne fa apprezzare il valore ed è un dato rilevante per le statistiche. 

·        Safety: è un’azione nella quale la squadra in possesso della palla non riesce ad uscire dalla sua end zone. L’azione da due punti alla squadra che è in difesa e ci sono vari modi per metterla a segno: placcare un giocatore avversario in possesso di palla nella end zone, costringere un giocatore ad uscire lateralmente dalla end zone o bloccare un punt o un kick off facendo uscire il pallone dalla end zone. Per ultimo esiste anche il caso della “safety intenzionale”, quando una, squadra in vantaggio di almeno tre punti, a pochi minuti dal termine e con un quarto down da convertire a pochi metri dalla sua end zone, decide di perdere volontariamente 2 punti ed evitare di subire i 6 punti di un eventuale touchdown avversario. La logica che sta dietro a questa tattica, è che una safety fa mantenere il possesso alla squadra che la subisce e le permette di calciare un punt dalle proprie 20 yard, cercando quindi di allontanare il più possibile l’avversario e fermarlo nel poco tempo rimanente. Questo calcio prende il nome di “free kick” ed un esempio recente di safety volontaria è fornito dall’ultima azione del Super Bowl XLVII, dove i Ravens hanno scelto proprio questa tattica.

·        Scramble: è una giocata offensiva nella quale il quarterback, se evidentemente sotto pressione, decide di correre lateralmente o indietro per evitare il sack. E’ bene precisare che non è una giocata concordata, ma una scelta istantanea del quarterback.

·        Snap: è il gesto che da il via all’azione d’ attacco e viene eseguito dall’uomo centrale dei cinque di linea, il centro appunto, che consegna la palla al quarterback, il quale poi decide cosa fare.

·        Stunt: è un movimento effettuato dai defensive lineman che consiste nel cambiarsi di posizione per confondere le idee alla linea offensiva e cambiare il gioco dei blocchi. Uno stunt, rendendo più vulnerabile la difesa contro le corse, viene eseguito solo se ci sono azioni di passaggio e, più comunemente, per portare più pressione al quarterback con un blitz. 

·        Tackle: Sono i tipici placcaggi per fermare o atterrare un avversario. Possono essere eseguiti singolarmente o da più giocatori e perciò sono divisi in “solo” e “assist”. 

·        Tackle for loss: La differenza col normale tackle consiste nel fatto che questo comporta una perdita di yard per il giocatore che viene placcato. Infatti, nel caso un running back dovesse essere placcato dietro la linea di scrimmage, la sua squadra perde delle yard ed è costretta a ripartire più indietro del down precedente.

Con questo elenco abbiamo terminato di costruire, grosso modo, le fondamenta della nostra conoscenza sul football americano. Imparando questi termini riuscirete a capire più facilmente gli articoli che abbiamo trattato e tratteremo sulla NFL. E’ altresì vero che mancano ancora alcune situazioni che  ho scelto di tralasciare per ora e, magari, affronteremo più avanti. Per il momento studiate questo e, se posso darvi un consiglio, andate a vedere dei video riguardanti queste azioni così da facilitarvi l’apprendimento. Mi raccomando, alla prossima lezione sui ruoli vi voglio belli pronti, altrimenti rischiate un sack e una considerevole perdita di yard!




martedì 4 giugno 2013

GIANTS OVER PATS - STORIA DI UN MIRACOLO SPORTIVO (First Half)




Nello sport, si sa, le finali sono storie a sé, la squadra favorita non sempre riesce a prevalere ma qui siamo al limite dell'irreale. I New York Giants hanno segnato un'impresa, nel Super Bowl XLII, togliendo dall'albo d'oro i più quotati e più forti New England Patriots, che rimarrà per sempre impressa nella mente degli amanti NFL e nella storia dello sport in generale. 

I Patriots versione 2007 verranno per sempre ricordati come quelli della stagione (quasi) perfetta, capaci di vincere, per la prima volta di sempre nel football a stelle e strisce, tutte e 16 le partite di regular season (da quando gli incontri di regular season sono 16, perché i Dolphins nel 1972 ne vinsero 14/14 aggiudicandosi poi anche il Super Bowl), compresa quella contro i Giants per 38-35. Nella post season, mentre Jacksonville aveva portato seri pericoli alle ambizioni di New England, fermata solo dal quarterback Tom Brady, al limite della perfezione con i suoi 26 passaggi riusciti su 28 tentati (percentuale del 92,9%, record per uno singolo match con almeno 20 tentativi) e 3 passaggi da touchdown; San Diego, nonostante 3 intercetti di Brady, non si era spinta oltre 4 field goals in attacco, sbattendo i propri desideri di gloria contro la difesa avversaria. I loro ultimi avversari, la testa di serie numero 5 dopo la stagione regolare in NFC, i Giants di Eli Manning, dovevano essere solo un ultimo step per la truppa guidata da Tom Brady verso la stagione più straordinaria di sempre per una squadra NFL, fatta di 19 vittorie e 0 KO (per i Dolphins nel 1972 fu 16-0), e un dominio assoluto mai visto su un campo diviso in yards. 

I newyorkesi iniziavano i playoff dopo una stagione non proprio esaltante, chiusa con una qualificazione al wild card match che non lasciava molto spazio a sogni di trionfo. Dopo la vittoria su Tampa Bay, quarta forza NFC, ecco però l'impresa contro i numeri 1 di conference, i Dallas Cowboys, favoriti e che avevano battuto i Giants ben due volte in stagione regolare. Con l'intercetto di Tony Romo, a 9 secondi dal termine, McQuarters, defensive back dei Giants, ha chiuso definitivamente una partita per certi versi storica, considerato il fatto che è stata la prima esclusione di una #1 NFC nel divisional round da quando i playoff furono istituiti in questa maniera nel 1990. Ecco però che di fronte a New York si poneva, nella finale di conference, la formazione guidata da Aaron Rodgers, i Green Bay Packers, forza numero 2 dopo la regular season. Segnando una vittoria dopo 17 anni esatti da quella in finale NFC contro i 49ers, i Giants vinsero contro i più quotati avversari, grazie soprattutto a un Eli Manning devastante, con il suo terzo match in fila senza intercetti e 254 yards guadagnate a fine partita. E, ancora una volta come 17 anni prima, gli uomini della grande Mela portarono a casa l'incontro con un field goal decisivo, segnato in overtime da Lawrence Tynes. Era la decima vittoria consecutiva in trasferta per i Giants e li portava dritti al Super Bowl, pronti per un'altra impresa, che però questa volta sarebbe stata titanica, contro i perfetti, fino ad allora, Patriots.

All'University of Phoenix Stadium, il 3 febbraio 2008, i tifosi di New England erano accorsi in massa, pronti per festeggiare una nuova vittoria, la numero 19 della stagione che avrebbe spedito i loro beniamini nella leggenda NFL di tutti i tempi, come la squadra perfetta. I supporters Giants non mancavano di tifare e sognare quella che sarebbe stata la terza impresa consecutiva, dopo aver eliminato le prime due forze di conference, ma la strada, questa volta, sembrava davvero segnata. I Patriots erano favoriti di ben 12 punti e in regular season avevano già battuto gli avversari che si ritrovavano ora di fronte. Il campo sembrava dunque un banchetto imbandito per la trionfale ascesa di Tom Brady e compagni sull’Olimpo ma qualcosa, in quella notte di febbraio, andò storto e segnò la più incredibile upset victory nella storia di questo sport.

Già dalla prima azione i Giganti dimostrarono di voler fare sul serio e portarono avanti la più lunga azione nella storia del Super Bowl, ben 9 minuti e 59 secondi, con 4 terzi down convertiti (anch'esso record per una finale), per 16 azioni, che però si infransero sulla difesa avversaria sulla soglia delle 14 yards, dando modo di trasformare solo un field goal con Lawrence Tynes, per il 3-0 iniziale. Unico Super Bowl nella storia con un solo possesso per entrambe le squadre nel primo quarto di gioco, primo Super Bowl da una decina d'anni a vedere le finaliste a segno nella loro prima corsa verso la linea di touchdown. I Patriots, per nulla intimoriti dall'iniziale vantaggio avversario, portarono infatti Laurence Maroney in end zone ad inizio del secondo quarto, per mettere la testa avanti 7-3 e sentire il traguardo più vicino. La partita però, appena accesasi, restò al palo per tutto il resto del secondo e l'intero terzo quarto, merito di difese sugli scudi e attacchi non propriamente perfetti di entrambe le formazioni. Il quarto periodo, però, è da leggenda e, da solo, vale il prezzo del biglietto per ogni tifoso giunto in Arizona. 

Con 11 minuti e spiccioli sul cronometro, Manning chiuse un meraviglioso drive da 7 azioni e 80 yards, lanciando David Tyree in end zone, per il sorpasso newyorkese sul 10-7, che mise non poche pressioni sulle spalle di Brady e dei suoi ricevitori, poiché vedevano la partita da non perdere assolutamente sfuggirgli di mano. Lo spettacolo, però, era appena iniziato. Il fenomenale quarterback di New England, da vero campione, portò i suoi, con un'azione di oltre 5 minuti, fatta di una serie di lanci perfetti, sulle 6 yards dei Giants; per poi chiudere, dopo due incompleti, al terzo down con la ricezione di Randy Moss per il sorpasso 14-10 a 2 minuti e 42 secondi dal termine. La strada sembrava spianata verso il trionfo definitivo, New York aveva potenzialmente un solo drive per portare uno dei suoi receivers a segnare un touchdown e ribaltare le sorti dell'incontro con pochissimo tempo per ragionare e costruire azioni decisive. Inoltre nessuna squadra era mai riuscita, nella storia del Super Bowl, dopo aver iniziato il quarto e ultimo periodo in vantaggio ed essere stata superata in seguito, a capovolgere una terza volta la situazione e tornare in vantaggio. A questo aggiungete che gli avversari non hanno ancora subito una sconfitta e mettete i Giganti sulle loro 44 yards, con un terzo e 5 da completare e un solo minuto e 15 sul cronometro. La stagione perfetta dei Patriots sfumata all'ultima gara, i sogni di gloria dei suoi tifosi ridotti in polvere, i piccoli Giants che trionfano con un'azione decisiva, quasi irreale, Eli Manning che supera nel rush finale Tom Brady per diventare MVP della più incredibile disfatta mai avvenuta in NFL. Sembra un film, ma non lo è.

La più grande giocata della storia del Super Bowl è opera di due uomini: uno, Manning, troppo spesso sottovalutato e considerato un quaterback di poco valore che non avrebbe mai potuto dominare contro avversari più forti, come Tom Brady; l’altro, David Tyree, è un uomo che gioca nello special team, quindi vive e gioca nell'ombra, come dimostrano le sole 4 ricezioni messe a segno in tutto il corso della stagione. I miracoli, però, non conoscono convenzioni, poiché sono in grado di rendere eroi persone più o meno normali. Manning si libera prima di uno dei migliori difensori della lega, Richard Seymour, poi resiste alla presa di altri due uomini dei Pats, con il primo che lo trascina a terra prendendolo dalle spalle, mentre il secondo arriva a strattonargli la maglietta. Il quarterback dei Giants, però, si libera egregiamente e lancia un grandioso passaggio da 32 yards per Tyree, che compie una giocata leggendaria. Il receiver inizialmente afferra la palla in aria con una sola mano, contrastato da Rodney Harrison che lo sta buttando a terra, ma, ancora in volo, schiaccia la palla contro il suo elmetto, per poi assicurarla con entrambe le mani quando sta per cadere a terra, riuscendo a mantenerne il possesso. I tifosi della Grande Mela in delirio, New England sbalordita e incredula per ciò che ha visto, dà addio ai suoi sogni di gloria a 35 secondi dal termine. La presa da touchdown di Plaxico Burress sigla il 17-14 per i Giants e inizia la festa più insperata e spettacolare della storia del Super Bowl.



I ragazzi di Tom Coughlin, allenatore e artefice di un miracolo sportivo senza precedenti, corrono tutti ad abbracciare e a osannare il loro MVP, quell'Eli Manning troppo a lungo criticato e messo nell'ombra dal fratello Peyton, giudicato molto più talentuoso di lui. Con quel lancio, però, Eli ha dimostrato tutto il suo valore e si sarebbe ripetuto 5 anni più tardi per dimostrare a tutto il mondo il suo potenziale in un'altra finale che, per nessun tifoso dei New York Giants, sarà facile da dimenticare.