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lunedì 19 maggio 2014

JAMAL CRAWFORD - THE PERFECT SIXTH MAN

La differenza tra Jamal Crawford e molti altri vincitori del premio di Sixth Man of the Year, primo tra tutti quello dello scorso anno, J.R. Smith, è che la guardia dei Clippers, dopo aver vinto il premio per la prima volta nel 2010 in maglia Hawks, ha giocato anche le stagioni a venire da miglior sesto uomo in NBA. La sua costanza di rendimento, il suo essere sempre o quasi tra i migliori giocatori della Lega in uscita dalla panchina, ne hanno fatto un’autentica icona del sesto uomo ideale. Fino a questo secondo titolo, record assoluto, condiviso con Kevin McHale, Ricky Pierce e Detlef Schrempf.


Alla sua seconda stagione a Los Angeles, Crawford si è trovato in un roster davvero ricco e profondo nel ruolo, grazie all’arrivo di giocatori del calibro di J.J. Redick e Darren Collison, oltre, ovviamente, al fenomenale Chris Paul. Nonostante questo, la sua stella è continuata a brillare. La guardia di Seattle ha iniziato la sua stagione con 16.5 punti di media nei mesi tra ottobre e dicembre, con il 42.9% al tiro e il 39% da oltre l’arco. I Clippers cominciano l’annata come peggio non potevano, perdendo il derby contro i Lakers, ma già dal match successivo contro i Warriors dimostrano tutto il loro valore. Il 2013 si chiude con un ottimo score di 21 vittorie e 12 sconfitte. Nella Western Conference nessun posto per i playoff è assicurato fino a quando la stagione entra nel vivo, ma i Clips si elevano tra le papabili favorite per chiudere la regular season tra le migliori ad Ovest, in vista della post-season. Il meglio, per loro e per Crawford, però, deve ancora venire.

Le medie della guardia di Seattle si alzano a 22 punti di media nei primi due mesi del nuovo anno, tirando, per altro, con percentuali eccezionali (43.6% dal campo e 38% da oltre l’arco). E’ incredibile come, nel computo finale, Crawford giochi meglio in trasferta, segnando 20.7 punti con il 45% dal campo e il 40% da tre punti, oltre a sfornare 3.3 assistenze a partita, rispetto a quanto faccia in casa, dove le medie scendono a 16.4 punti, sotto il 40% in entrambe le statistiche di tiro. Questo è uno dei sintomi di come Crawford non tema alcun avversario e riesca sempre a dare il meglio. I Clippers vincono 19 partite e ne perdono soltanto 8 a cavallo tra gennaio e febbraio, portandosi tra le primissime forze ad Ovest. Le ultime tre vittorie del mese vengono seguite da oltre otto consecutive, a chiudere una striscia di undici successi consecutivi, che issa Los Angeles al terzo posto in Western Conference.


Terza piazza che verrà confermata a fine stagione, con un record storico, il migliore di sempre per la franchigia, di 57-26. Non solo numeri, però, anche e soprattutto prestazioni maestose come la terzultima e penultima nei derby contro i Lakers, da record per lo scarto portato (+36 e +48 rispettivamente) contro i rivali storici. In casa la squadra della City of Angels è un rullo compressore. Subisce sole 7 sconfitte a fronte di ben 34 vittorie, mentre il 23-18 in trasferta resta l’unico dato parzialmente allarmante in vista dei playoff. Crawford chiude la sua regular season con ottime medie: 18.6 punti, 2.3 rimbalzi e 3.2 assist. L’insolito status di titolare per un terzo delle gare giocate non ha modificato lo splendido rendimento della guardia da sesto uomo, tanto che la squadra ha vinto 31 delle 45 partite in cui Jamal è uscito dalla panchina.


Con 421 punti Crawford si è aggiudicato, dunque, il premio di Sixth Man of the Year, con 57 primi e 41 secondi tra tutti gli esperti votanti, finendo davanti a Taj Gibson, che ha chiuso a quota 395, con 49 primi posti e 45 secondi. Terzo, molto staccato, Manu Ginobili a quota 138. Nei playoff, tanto la guardia quanto i Clippers, stanno facendo benissimo e, dopo la difficile vittoria per 4-2 nell’ostica serie contro i Warriors, ora sono in parità (2-2) contro i Thunder di Kevin Durant. Servirà un’impresa per volare alle finali di Conference e, magari, sognare anche le Finals NBA. E’ stata una stagione ricca di prime volte per i Clippers, chissà che non ce ne siamo delle altre, ben più importanti.

domenica 11 maggio 2014

UN ROOKIE DA RECORD: MICHAEL CARTER-WILLIAMS

C’è da ammetterlo, la classe dei rookie di quest’anno ha deluso anche le scarne attese della vigilia. E’ sembrato un antipasto, non particolarmente succulento, in attesa del banchetto eccelso della prossima estate, in cui vedremo davvero una serie di talenti cristallini fare il salto in NBA, alla ricerca di gloria e successi. Nell’attesa, però, un giocatore su tutti ha richiamato a sé la maggior parte delle attenzioni, nella sua stagione d’esordio nella Lega. In una squadra in crisi di gioco e risultati come i Sixers di quest’anno, Michael Carter-Williams ha mostrato al mondo delle doti da non sottovalutare. Se contiamo che l’anno prossimo scenderà in campo Nerlens Noel e Philadelphia avrà, con tutta probabilità, una scelta tra le prime tre, allora forse colui che ha vinto più che meritatamente il più recente premio di Rookie of the Year, avrà una squadra di livello attorno a sé. E ci sarà da divertirsi nella Città dell’Amore Fraterno.


La stagione dell’undicesima scelta dello scorso Draft comincia con una partita che tutti avrebbero sognato di giocare al loro esordio in NBA: la sfida contro i due volte campioni in carica, gli Heat di LeBron James. E Carter-Williams stupisce il mondo con una prestazione leggendaria: 22 punti, con 4/6 da oltre l’arco, 7 rimbalzi, 12 assist e 9 rubate, a soli quattro passi da quella che sarebbe stata la più incredibile quadrupla doppia della storia del basket. Philadelphia già sente di avere in mano lo steal of the Draft, ma, ovviamente, il ragazzo deve confermarsi ad altissimi livelli. Arrivano tre vittorie consecutive per i 76ers nelle prime giocate, per la maggior parte frutto del talento di MCW, anche perché, per il resto, il roster sembra davvero di basso profilo. Evan Turner e Spencer Hawes si danno da fare per aiutare il neonato prodigio della franchigia della Pennsylvania, ma arriva un infortunio a tenerlo fermo ai box, prima per una decina di giorni a novembre, poi per quasi tutto il mese di dicembre. Le statistiche comunque dicono che, nell’arco di questi due mesi, Carter-Williams segna 18 punti a partita, conditi per altro da 5.5 rimbalzi, 7.5 assist e poco meno di tre rubate a partita. Le quasi quattro palle perse a partita e le scarse percentuali al tiro sono auspicabili da un ragazzo del 1991 al suo primo anno in NBA. I Sixers chiudono l’anno con lo score di 9-21, già lontanissimi dalle posizioni per i playoff, nonostante un MCW tra le migliori guardie non solo ad Est, ma addirittura dell’intera Lega.

Il 2014 si apre con tre vittorie consecutive, ma è un fuoco di paglia. A Philadelphia una posizione nelle prime tre della lottery fa troppa gola e la squadra non fa nemmeno molto per nasconderlo. Fino all’ultima partita di gennaio, vittorie e sconfitte, comunque, si alternano in maniera ponderata (7-10) e il rookie da Syracuse si guadagna il premio di Rookie of the Month, risultato già ottenuto a novembre e che otterrà nuovamente nei mesi a seguire, nonostante lo scempio che i Sixers compiono nel finale di stagione. Le sue medie restano altissime: 16.5 punti, 5.6 rimbalzi e 5.6 assist. Per tutto il mese di febbraio e fino al 29 marzo i 76ers, però, si abbandonano al tanking selvaggio e non conoscono più la parola “vittoria”. Arrivano la bellezza di 26 sconfitte consecutive, che eguagliano il record per la peggior striscia negativa di sempre dei primi Cavs post partenza di James verso la Florida. Le medie di MCW si abbassano vistosamente e non potrebbe essere altrimenti. Nonostante questo vince il premio di Rookie of the Month del mese di marzo (e questo rende l’idea del livello bassissimo degli “avversari” al primo anno). Aprile vede Philadelphia tornare al successo, anche se c’è davvero poco da festeggiare quest’anno. Carter-Williams segna 17.6 punti di media, con 7.5 rimbalzi e 6.4 assist, per altro con il 52.5% dal campo e il 42.9% da oltre l’arco. E’ forse la paura di poter perdere il premio di Rookie of the Year a smuovere nuovamente le ambizioni e la voglia di dare il meglio di MCW, che sfodera delle grandi prestazioni, pur nel disastro collettivo.


I Sixers chiudono a quota 19-63, penultimi tanto nella Eastern Conference quanto nel complessivo della Lega, ottenendo una posizione privilegiata per il prossimo Draft. Era questo, probabilmente, il primo e unico obiettivo stagionale della franchigia, oltre che di far crescere i suoi giovani e rimettere in sesto Noel per la prossima stagione. Carter-Williams chiude una stagione comunque eccellente a 16.7 punti, 6.2 rimbalzi e 6.3 assist di media, unico rookie insieme ad Oscar Robertson ed Alvan Adams a guidare tutti i giocatori al primo anno nelle tre principali statistiche. Inoltre MCW ha guidato i rookie anche nelle rubate (1.86 a partita, sesto complessivamente in NBA). Nella sua settimana d’esordio è stato nominato miglior giocatore della Eastern Conference, unico a riuscire nell’impresa insieme a Shaquille O’Neal. Con 17 doppie-doppie e 2 triple-doppie, accompagnate da 25 partite da oltre 20 punti e una serie di prestazioni straordinarie e di livello assoluto, la guardia ha dominato tra i rookie in quasi ogni aspetto del gioco. Alla fine i voti per ottenere l’ambito premio sono stati ben 569, con 104 primi posti su 124 esperti chiamati a giudicare. Secondo è stato Victor Oladipo (Orlando Magic) con 364 punti e 16 primi posti, terzo invece è arrivato Trey Burke (Utah Jazz) con 96 punti.


L’importante per Michael Carter-Williams, forse ancor più che far bene nella sua prima stagione in NBA, sarà confermarsi l’anno prossimo quando, con tutta probabilità, i Sixers torneranno ad essere competitivi ad alti livelli e potranno lottare davvero per le posizioni che contano. D’altronde, da uno che, all’esordio nella Lega, ha messo insieme una prestazione del genere davanti alla miglior squadra e al miglior giocatore di basket al mondo, ci si può aspettare qualsiasi cosa.

martedì 29 aprile 2014

AND THE MOST IMPROVED PLAYER OF THE YEAR IS..

Goran "The Dragon" Dragic.


Nel cielo di Phoenix è nata una nuova, splendente stella. O forse, semplicemente, ha portato a compimento un processo di crescita che lo ha reso tra i più forti e decisivi playmaker della Lega. Erano anni che lo sloveno veniva additato come il successore di Steve Nash ai Suns, prima dell’esperienza nelle file dei Rockets e del successivo ritorno in Arizona. In questa stagione è arrivata la consacrazione definitiva, con annesso il premio di NBA Most Improved Player of the Year.

Dopo un Europeo da protagonista la scorsa estate, tra le mura amiche di Slovenia, da 15.8 punti, 3.5 rimbalzi e 4.5 assistenze a partita, ecco che Dragic si presentava ai blocchi di partenza della nuova stagione NBA con non poche pressioni sulle spalle. Il roster dei Suns, certamente ricco di talento, subiva, in partenza, il peso delle sofferenze patite l’anno precedente, il peggiore da oltre vent’anni a questa parte, fatto di sole 25 vittorie e ben 57 sconfitte. L’arrivo di Eric Bledsoe e Gerald Green, la ricongiunzione dei gemelli Morris, la possibile crescita dei giovani Miles Plumlee e Alex Len lasciavano presagire una stagione da outsider, ma senza particolari scossoni possibili o probabili. Nessuno, però, aveva fatto i conti con le volontà di Goran Dragic.

L’esordio è di quelli da segnare sul calendario: 26 punti, 6 rimbalzi e 9 assist per mettere all’angolo i Blazers, che vivranno, per altro, un inizio di stagione magico. Tra novembre e dicembre la guardia propone ancora una più che modesta precisione al tiro, che lo vede sotto il 50% da due punti (47.8%) e sotto il 40% da tre (34.5%), raccogliendo comunque un’ottima media di 18.1 punti, cui aggiunge 5.8 assist. Il 2013 si chiude con i Suns sorpresa assoluta della Western Conference, in piena corsa per un posto nei playoff dopo trenta partite giocate, con 19 vittorie e 11 sconfitte. L’ultima uscita prima del nuovo anno, però, vede Bledsoe infortunarsi al ginocchio. La guardia sarà costretta a saltare qualche mese di gare e i Suns sembrano poter perdere molte delle loro possibilità di volare in post-season. Comincia qui, però, il capolavoro di Goran Dragic. Tra gennaio e febbraio lo sloveno vive un momento straordinario: le sue medie schizzano a 22.9 punti a partita con il 54.1% da due punti e il 47.5% da oltre l’arco, cui si aggiungono anche quasi 4 rimbalzi e 6.4 assistenze ad uscita. Se i Suns riescono a mantenere un record positivo nei primi due mesi del 2014 (15-13), il merito va soprattutto a Dragic e alle sue giocate straordinarie. Phoenix resta in zona playoff, ma la corsa per la post-season è serratissima.


Tra marzo e aprile i Suns cercano di non perdere colpi. La guardia slovena chiude marzo con medie simili a quelle tenute finora, oltre i 20 punti e con percentuali ancora strabilianti al tiro. Dieci vittorie e sei sconfitte sembrano poter dare uno strattone decisivo alle avversarie dirette per gli ultimi posti playoff. Aprile, però, è il mese decisivo e Phoenix si scioglie ad un passo dal traguardo. Il ritorno di Bledsoe sembra infastidire, invece che aiutare, Dragic, che cala notevolmente il suo fatturato. Tre sconfitte nelle ultime quattro partite giocate, di cui due decisive contro Mavericks e Grizzlies, mettono la parola fine su una stagione incredibile, fatta di 48 vittorie e 34 sconfitte, ma chiusa ad un altrettanto incredibile nono posto ad Ovest.

Se fosse stata ad Est, Phoenix, sarebbe arrivata terza. Magra consolazione. Certo non si può puntare il dito contro lo sloveno, decisivo tanto prima dell’All Star Game (20.3 punti e 6.2 assist), da cui per altro Dragic è stato escluso in maniera abbastanza controversa, quanto dopo (20.3 punti e 5.4 assist), tanto in casa (21 punti e 5.8 assist di media), quanto in trasferta (19.5 punti e 6 assist). Il totale delle sue prestazioni dice 20.3 punti (career high), quasi 10 punti oltre le sue medie complessive in NBA, 3.2 rimbalzi (career high) e 5.9 assist, con un PIE del 13.4% e +4 di plus/minus complessivo. L’aver tenuto la media da due oltre il 50% e quella da tre oltre il 40%, con più di 20 punti ad uscita, è un’impresa riuscita dal 1993 solo a Dirk Nowitzki, LeBron James e Kevin Durant, tre fenomeni assoluti del passato recente.



Nonostante la mancata qualificazione alla post-season, la guardia dei Suns si è tolto una grandissima soddisfazione guadagnandosi il premio di Most Improved Player of the Year. Con 408 voti su 1134, 65 primi posti su 126 giornalisti sportivi interpellati e 250 punti di vantaggio sul secondo classificato, Lance Stephenson, Dragic ha vinto più nettamente un premio che si è meritato dall’inizio alla fine. La consapevolezza di essere tra le migliori guardie in NBA e la fiducia acquisita con la vittoria di un titolo tanto importante sono la base da cui cominciare per cercare di migliorarsi ancora l’anno prossimo. In fondo, ai Suns e a Dragic, sarebbe bastato solo un passetto in più per coronare il sogno playoff. Basta poco per spiccare definitivamente il volo.

sabato 3 agosto 2013

A NEW CHANCE FOR ODEN




L’ultima volta che Greg Oden ha messo piede su un parquet NBA è stato il 5 dicembre del 2009, in una lega molto diversa da quella attuale. Per fare dei brevi esempi: LeBron James era al suo ultimo anno ai Cavs, Dwight Howard era avviato verso una stagione esaltante coi Magic, Blake Griffin era ancora al college e i Miami Heat avevano vinto solamente un titolo NBA. Ora, invece, gli Heat sono bi-campioni in carica e hanno appena aggiunto Greg Oden al loro roster. 

Ma quali sono i motivi che hanno spinto Pat Riley e coach Spoelstra ad interessarsi ad un giocatore che ha subito tre seri interventi per ricostituire delle microfratture alle ginocchia? 

Facciamo una dovuta premessa. Oden è ancora un giocatore giovane, ha 25 anni infatti, ha talento, come dimostrato dal fatto che era il miglior prospetto al draft 2007 e i Trail Blazers decisero di prenderlo con la pick numero uno, e ha una grande etica lavorativa, si è spremuto duramente per recuperare dagli infortuni e ha continuato ad allenarsi nell’ombra per tutto il lungo periodo in cui è stato fermo. 

Precisato ciò, possiamo tornare alla domanda iniziale e analizzare quali siano i motivi che hanno portato gli Heat ed Oden a concludere un accordo. 

Pat Riley, con il suo carattere da generale, ha sempre fatto una grossa distinzione nel basket: c’è la vittoria e c’è la miseria. In nome della vittoria, i Miami Heat, in questi ultimi due anni, hanno adottato una strategia innovativa, basata sull’assenza di un centro puro che controllasse il pitturato per affidarsi alla capacità di LeBron James di dominare bilateralmente il campo, ma Riley è sempre stato un amante dei centri fisici e possenti. Ha allenato Kareem Abdul-Jabbar ai Lakers, Patrick Ewing ai Knicks, Alonzo Mourning e Shaquille O’Neal agli Heat, tutti “5” che hanno profondamente influito sul gioco della pallacanestro, vincendo titoli e premi importanti. Oden non può certo essere paragonato a queste leggende, ma ciò che intriga Riley è la difficoltà di trovare un “big man” con un gran fisico e con una buona tecnica. In più il ragazzo ha mostrato, nel poco tempo in cui ha giocato, di essere produttivo su entrambi i lati del campo. In sole 82 partite in tre stagioni e con appena 22 minuti di media di gioco, ha prodotto 9.4 punti, 7.1 rimbalzi e 1.4 stoppate di media, buonissimi numeri per un giocatore che non è mai stato pienamente in forma. Se poi proiettassimo queste medie su 36 minuti di gioco, ovvero il tempo medio di utilizzo che aveva ai Blazers pienamente in forma, otterremmo 15.3 punti, 11.9 rimbalzi e 2.3 stoppate di medie. Numeri davvero ottimi.  Dunque, anche dovesse rimanere poco tempo in campo, potrebbe sicuramente aiutare Miami a vincere e, nel caso gli Heat scelgano di cambiare strategia di gioco, si troverebbe ad essere l’uomo giusto al momento giusto. Non dimentichiamoci che un lungo come Oden è l’ideale per battagliare con gente come Hibbert, che tanti problemi ha dato nella finale di Conference, essendo un ottimo difensore da post basso.
 
Un altro buon risvolto per Miami nell’aver aggiunto Oden al roster è l’estate 2014. Già ora ci sono molto chiacchere sulla prossima off-season e la dirigenza degli Heat sta provando a far tacere queste voci, concentrandosi sul presente. Però è fuori dubbio che sappiano bene a cosa vanno in contro: James, Wade, Bosh e Haslem possono tutti esercitare la loro player option per uscire dal contratto e Chalmers, Allen e Battier saranno tutti free agent. In base a ciò che deciderà il numero 6, Riley potrebbe essere ben posizionato per costruire intorno al due volte MVP delle finali o rifondare completamente il team. La firma di Oden dunque ha molto senso, perché se tornasse completamente sano e diventasse un centro di qualità potrebbe essere un incentivo per James a firmare e potrebbe sopperire ad un’eventuale partenza di Bosh, ma anche nel caso dovessero tutti cambiare aria, il lungo di Buffalo sarebbe un ottimo tassello da cui ripartire.



Vedendo la questione dal punto di vista di Oden, gli Heat sono la scelta migliore per due motivi. Il primo è che ha bisogno ancora di tempo prima di poter rientrare a pieno ritmo e perciò una firma con squadre come Sacramento o New Orleans, che pur gli offrivano uno stipendio maggiore, non avrebbe avuto molto senso. Difatti questi team non hanno la sicurezza di raggiungere i playoff e avrebbero messo molta più pressione sulle spalle del ragazzo, costringendolo a rientrare prima che si fosse completamente ristabilito. Miami invece è nella situazione ideale: non ha perso nessun membro del frontcourt, avendo rifirmato Chris Andersen, e ha una squadra in grado di andare molto avanti nella postseason senza l’ansia di raggiungere risultati a Novembre, Dicembre, Gennaio e Febbraio. Questo è sicuramente un lusso per l’ex-Blazers, che non sarà chiamato a dare il massimo fino a quando non sarà interamente sano e che potrà lavorare senza pressioni, ben consapevole che il suo team può vincere anche senza di lui. 

Il secondo motivo è l’ottima organizzazione societaria dei Miami Heat. Da quando Micky Arison è l’owner della franchigia molto poco è cambiato nella dirigenza. Pat Riley è saldamente al comando delle basketball operation, ma quello che più interessa ad Oden è la stabilità del coaching staff. Molto spesso ci si dimentica che Erick Spoelstra è nell’organizzazione degli Heat da ben 16 anni ed è il delfino di Riley, una garanzia di solidità che offre ad Oden il massimo supporto sotto ogni punto di vista, sia in campo che fuori.  

L’accordo dunque si mostra ampiamente favorevole per entrambe le parti in causa. Gli Heat lo hanno firmato con un contratto di due anni al minimo salariale per un veterano (2.6 milioni di dollari in totale), con una player option per il secondo anno e senza andare ad incidere sulla luxury tax. Un acquisto davvero senza rischi, perché se non dovesse riprendersi non sarebbero molti i soldi usati per firmarlo, anzi, dopo il taglio di Mike Miller, hanno ancora spazio salariale per aggiungere un altro tassello e le ultime voci parlano di un forte interessamento per Mo Williams. Un potenziamento davvero notevole per una squadra già fortissima come Miami.  

Dunque, per concludere, cosa ha fatto si che Oden scegliesse i campioni in carica? Tutti i motivi sopra elencati: un’organizzazione stabile che lo supporta, la riduzione dei rischi dovuti al rientro in campo, la possibilità di essere una pedina importante della franchigia per molto tempo, con più soldi e, potenzialmente, un ruolo di primo piano e, non ultimo, l’opportunità di giocare fianco a fianco con LeBron James, segno, come avvenuto l’estate scorsa per Ray Allen, che il nome del “Prescelto” è un richiamo importante per i giocatori.  

Ah si, c’è anche un’ultima cosa. Dopo un frustrante inizio di carriera, potrebbe avere la possibilità di togliersi una grande soddisfazione. Dopotutto a South Beach, il prossimo giugno, c’è la possibilità di aggiungere un posto in più al tavolo dei campioni, in uno dei tanti club dove Wade e compagni sono soliti festeggiare, e un nuovo anello potrebbe essere lucidato per l’occasione. In bocca al lupo Greg! 










martedì 30 luglio 2013

ROCKET MAN – JAMES HARDEN E' PRONTO AL DECOLLO?



E' il 20 febbraio scorso e a 7 minuti dalla fine di quella che sembra un normale match di regular season, Houston è sotto di 14 contro i Thunder al Toyota Center. I Rockets non possono permettersi di perdere perché sono invischiati nella corsa ai playoff e ad Ovest ogni sconfitta può sempre costare caro se si lotta per l'ottavo posto utile, ma tra loro c'è un giocatore in particolare che quella partita la vuole vincere. Le due triple consecutive di Kevin Martin, l'uomo con cui era stato scambiato l'anno prima e che ne aveva preso il posto ad OKC, spingono James Harden a mostrare tutto il suo incredibile repertorio. Segna in penetrazione subendo fallo, poi rompe in due la difesa per altri 2 facili, segna da fuori ubriacando Ibaka con le finte, colpisce dalla media ed infine difende alla grande su Durant che cerca il pareggio con pochi secondi sul cronometro. Si perché nel frattempo Houston ha stampato un parziale di 21-4 e l'errore del numero 35 mette fine alla partita sul 122-119. Harden chiude con un career-high da 46 punti e 7/8 da 3, conditi con 7 rimbalzi e 6 assist, per una prestazione sontuosa contro la sua ex squadra, davanti al suo nuovo pubblico. Questa è la forza del Barba.

Dopo aver vinto il premio di Sixth Man of the Year con i Thunder nel 2011/12, peraltro a soli 23 anni diventando il secondo più giovane di sempre, ed essere stato coinvolto nella trade che ha avuto come risvolto principale lo scambio tra lui e Martin, Harden a Houston non si è fermato, anzi ha continuato a correre più veloce di prima. Ha iniziato la stagione con 37 punti, 12 assist, 6 rimbalzi e 4 rubate, diventando il primo giocatore di sempre a esordire con un 37+12 e il secondo di sempre come punti segnati alla prima di regular season. Ne segna poi 45 alla seconda contro gli Hawks per un totale di 82 nelle prime due uscite stagionali, quinta prestazione di sempre dopo quelle di Chamberlain (primo, secondo e quarto in questa particolare statistica) e Jordan.

Dopo una lieve flessione di rendimento, Harden, a cavallo di un All Star Game giocato in maniera egregia al Toyota Center (15+6 rimbalzi in 25 minuti d'impiego), mette dapprima a referto la sua prima tripla-doppia contro i Bobcats da 21 punti, 11 rimbalzi e 11 assist e poi il suo massimo in carriera nella partita descritta precedentemente. Il Barba chiude la stagione in maniera superba con 26.3 punti, 6.7 rimbalzi e 4.5 assist di media, numeri straordinari e di molto superiori a quelli dell'anno precedente, partendo sempre da titolare e diventando di diritto non solo l'idolo assoluto dei tifosi dei Rockets, ma anche uno dei giocatori più forti della Lega.

Houston chiude la stagione all'ottavo posto, anche e soprattutto grazie alle sue prodezze, e si trova ad affrontare, guarda un po', proprio OKC al primo turno. Da un ragazzo di 24 anni, alla prima esperienza da leader realizzativo e non solo di una franchigia nei playoff, con un team alle spalle provato dalle ultime fatiche per conquistarsi la post season e che per giunta si trova ad affrontare la propria ex squadra che ha chiuso la stagione da dominatrice, ci si aspetterebbe che venga travolto dalla tensione. Invece Harden sfodera delle prestazioni molto significative e, nonostante i Rockets perdano in 6 gare la serie, si dimostra un giocatore di altissimo livello. Chiude con 26.3 punti, 6.7 rimbalzi, 4.5 assist e 2 rubate di media a partita, dimostrando anche una spiccata personalità nei momenti clou dei match e con la certezza che, se Houston avesse messo al suo fianco un altro giocatore di alto livello, oltre al buon roster che possiede, tutto sarebbe potuto andare diversamente.



Quest'anno però, con l'arrivo di Dwight Howard alla corte texana, la musica potrebbe cambiare e non poco. Se Jeremy Lin dimostrerà di essere tornato quello che fece scoppiare la Linsanity nella Grande Mela, il playmaker di origini taiwanesi con il centro ex Lakers e Harden potrebbe costituire un trio dal talento mostruoso e Houston potrà tornare a sognare in grande. Howard dovrebbe trovare un ambiente ottimale ai Rockets, senza pestarsi i piedi con nessuno com'era successo con Gasol e senza tutte le pressioni che una città come Los Angeles e un compagno come Bryant possono portare, anzi potrebbe far fare quel salto di qualità alla squadra che manca per ambire ai piani alti ad Ovest. Ecco dunque trovato un valido compagno per Harden per spingere a migliorarsi ancora e a crescere per diminuire quei peccati veniali (ad esempio le 4.5 perse a partita nelle 6 contro i Thunder) che sono dovuti alla giovane età e alla fame di vittorie e successi.

Ciò che ha stupito nella scorsa stagione è quanto il Barba abbia evoluto il suo gioco. Da sesto uomo a Oklahoma, dove era abituato a entrare a partita in corsa per spaccare il match o cercare di recuperare lo svantaggio, riuscendo benissimo nel compito come dimostra il premio vinto due stagioni fa, si dedicava maggiormente al tiro dalla media o dal perimetro, ricevendo gli scarichi dai compagni e raramente cercando l'azione personale, anche perché non si trovava mai a giocare da prima scelta offensiva, oscurato da Westbrook e Durant. A Houston la musica è cambiata completamente, Harden si è preso più del doppio dei tiri (1337-629) e ha colpito nella maggior parte dei casi in penetrazione, come dimostrano anche i tiri liberi tentati, ben 792, per una media di più di 10 a partita, leader di queste speciali classifiche nella Lega.


Se la collaborazione con Howard dovesse funzionare al meglio, Lin tornasse utile alla causa e giocatori giovani e di prospettiva come Parsons dovessero confermarsi sui livelli della passata stagione, potete giurarci che a Houston ci sarà da divertirsi quest'anno. Sicuramente l'entusiasmo è alle stelle nella città texana e chissà che Harden, guidando i suoi Rockets, non decolli verso nuovi, eccezionali traguardi.


giovedì 25 luglio 2013

IL MAGO NELLA GRANDE MELA: RITORNO ALLA RIBALTA O DECLINO DEFINITIVO?



Ci ricordiamo troppo spesso di Andrea Bargnani solo per i suoi demeriti o le sue sfortune, che sia per gli infortuni che lo hanno condizionato nell'ultimo periodo o per la sua scarsa propensione a rimbalzo o per il suo essere stato poco decisivo quando contava, tanto con i Raptors quanto con l'Italia. Ciò che dimentichiamo è che il Mago è la prima scelta assoluta del Draft 2006 e che New York ha deciso di puntare su di lui, probabilmente accantonando un campione come Stoudamire al ruolo di gregario di lusso. Qualcosa vorrà pur dire, no?

La verità è che ci troviamo di fronte a un ragazzo di 28 anni che, se recupererà completamente dai malanni delle ultime due passate stagioni, potrà essere un cardine dei Knicks in un team davvero interessante e talentuoso. Dall'alto dei suoi 213 cm di altezza può ricoprire in maniera egregia due ruoli, anche se predilige quello di ala grande. Tira con ottime percentuali dalla media e dalla lunga distanza, ma non è abilissimo a rimbalzo, pecca che lo ha reso tristemente noto nella Lega per le sue magre statistiche a riguardo. Tralasciando per ora gli aspetti negativi, Bargnani ha una mano fatata per un giocatore della sua altezza, ha avuto percentuali da 3 punti intorno al 35% nelle prime 5 stagioni in NBA, segnando nella sua stagione migliore (2010/11) 21.4 punti di media con l'82% ai liberi, tutti numeri di molto superiori alla media nel ruolo.

Ciò che lascia perplessi del ragazzo di Roma e che fa storcere il naso a qualche tifoso newyorkese è che, dopo l'exploit di quell'annata straordinaria, il Mago è stato falcidiato dagli infortuni, giocando solo una sessantina di partite in due stagioni. Nel 2011/12 parte alla grande, alzando le medie della stagione precedente, ma si blocca subito per un infortunio al polpaccio. Al rientro segna 36 punti contro i Suns, ma poco dopo si ferma ancora, salvo poi tornare per 18 match consecutivi che chiude con 16.5 punti a partita. La partita contro i Thunder del 14 aprile chiude anzitempo la sua annata, Bargnani decide di fermarsi per recuperare al meglio nella successiva. Il rientro porta però con sé un nuovo infortunio al gomito, che fa chiudere la passata stagione ad Andrea con sole 35 partite giocate, fatte peraltro di soli 12.7 punti di media e nemmeno 4 rimbalzi per gara.



Bargnani si è trovato in una situazione difficile ai Raptors, in cui è passato dall'essere capitano e leader realizzativo, nonché figura di spicco della squadra, a capro espiatorio di un team che non è mai riuscito a esprimersi ad alti livelli nelle ultime stagioni. Preso di mira dai tifosi per i suoi problemi fisici è stato sostituito velocemente nei loro cuori da Rudy Gay, che gli ha tolto visibilità e importanza nello spogliatoio. Nonostante questo, la squadra della Grande Mela si è privata di Steve Novak, Marcus Camby e Quentin Richardson, pedine importanti nello scacchiere di coach Mike Woodson, oltre che di tre future scelte, due nei secondi round 2014 e 2017 e una nel primo round 2016. Vediamo le possibili motivazioni di questa scelta e come Andrea potrà essere utile alla causa di New York.

Al momento la situazione vede molti uomini di livello a giocarsi il posto: detto di Amar'e, spesso inguaiato dai problemi fisici e che ha problemi ad accasarsi altrove, anche a causa dei 45 milioni di dollari di contratto per i prossimi due anni, il posto 4 è occupato non solo dal Mago, ma anche da Anthony, che, nonostante sia eccezionale soprattutto da ala piccola, gioca benissimo anche da grande nel quintetto con due playmaker, nel ruolo proprio di Andrea . Bargnani potrebbe essere favorito però dagli schemi di Woodson che sembrano poter lasciare molto più spazio a lui di quanto ne avesse Novak lo scorso anno, anche vista la maggior duttilità del romano, in grado di offrire certezze sia da fuori sia sotto canestro. Tutto dipenderà da come andrà la convivenza tra il nostro connazionale e Stat. Di certo il grande deficit del Mago, ovvero i rimbalzi catturati, non saranno più un problema così evidente, data la presenza come centro di Chandler, uno specialista nella categoria. Qualora però sarà impiegato al suo posto, con Stoudamire al fianco o con Anthony in posto 4, ci aspettiamo un salto di qualità da parte di Andrea per dimostrare a tutti il suo valore.

New York non è la piazza più semplice, i riflettori sono sempre accesi sul Madison Square Garden e nessuno può permettersi di sbagliare senza essere punito. Bargnani ha però fame e voglia di rivalsa, vuole dimostrare a tutti che la sua non è stata una prima scelta flop, vuole tornare sui livelli degli anni d'oro a Toronto e anche meglio, per risalire con i Knicks la lunga strada verso il titolo. Che il primo italiano a varcare l'oceano possa essere anche il primo a guadagnarsi un anello? Troppo presto per dirlo, per ora buona fortuna Mago!




giovedì 11 luglio 2013

NEW TOWER IN THE CITY







Negli anni ottanta, in NBA, iniziò a svilupparsi un concetto tattico noto col nome di “Twin Towers”. Gli Houston Rockets furono i primi ad applicarlo ai loro schemi, decidendo di scegliere, prima al draft ’83 e poi al draft ’84, Ralph Sampson (224 cm di altezza) e Hakeem Olajuwon (213 cm), per poter avere una coppia di lunghi decisamente dominante sotto entrambi i canestri. Purtroppo per loro, però, l’esperimento fallì ben presto, a causa soprattutto dei problemi fisici di Sampson che impedì ai Texani di provare a lungo con questa strategia. Tuttavia il concetto non venne totalmente abbandonato nella lega e, alla fine degli anni novanta, fu utilizzato con successo dai San Antonio Spurs di David Robinson (216 cm) e Tim Duncan (211 cm). Lo strapotere fisico che esercitò Shaquille O’Neal nella NBA degli anni duemila contribuì, però, a disperderlo, tant’è che oggi i team preferiscono contare su un solo “big man” sotto il canestro. E il centro, ritenuto oggi da molti analisti, l’erede di Shaq, risponde al nome di: Dwight Howard.

D12 era il pezzo più pregiato della free-agency 2013 e 6-7 squadre hanno fatto di tutto per cercare di convincerlo ad indossare la loro divisa, ma il centrone nativo di Atlanta ha deciso di accettare il quadriennale da 88 milioni di dollari propostogli dagli Houston Rockets. Dal mio punto di vista, vedo molti aspetti positivi in questa acquisizione: prima di tutto la città. Houston non è Los Angeles, è più piccola, ci sono meno pressioni, ha una tradizione non troppo pesante e non è costretta a vincere in ogni singola stagione, l’ambiente ideale per uno come Howard che il meglio di sé l’ha dato in una città, per certi versi simile, come Orlando. Los Angeles l’ha semplicemente inghiottito e ha dimostrato di essere un ambiente troppo duro per lui, troppe richieste, dal punto di vista dell’atteggiamento in campo prima ancora che della produttività numerica, troppe pressioni per un giocatore ancora molto carente dal punto di vista mentale, troppe leggende con cui confrontarsi tra cui Shaq, Kareem e Wilt solo per citare i suoi pari ruolo.    

In secondo luogo l’uomo simbolo del roster. James Harden può essere il suo compagno ideale, sia dal punto di vista tattico, l’anno scorso sfruttava molto le penetrazioni, ma ad OKC ha dimostrato di essere eccellente sia da fuori che appena dentro l’arco, sia dal punto di vista caratteriale, non avendo quella personalità opprimente e quell’ attenzione, quasi maniacale, che ha Kobe in tutti gli aspetti del gioco. Harden non è esigente come il 24 giallo-viola e questo aspetto può giovare a Dwight, permettendogli di essere più sé stesso e con un peso in meno sulle spalle. Inoltre sono convinto che i due condivideranno insieme le pressioni, senza che uno schiacci l’altro.

Terzo punto positivo: la squadra. I Rockets hanno un gruppo giovane e talentuoso, che ruoterà intorno a lui e ad Harden. Questo gli permetterà di fare anche da esempio, non dovendosi misurare con giocatori campioni NBA come Gasol o vincitori di MVP della regular season come Nash. Inoltre potrà giocare liberamente sotto canestro, non dovendo dividere l’area con un altro lungo come ai Lakers, e aprirà molti spazi sul perimetro per i suo compagni.






Non è tutto oro quel che luccica però. Sulla carta Houston è proiettata nell’elite della lega, ma molto dipenderà dal rendimento di Howard stesso. E non sto parlando del fare 20+12 a partita come è abituato, il punto di svolta sarà il carattere che metterà in campo; se riuscirà a dominare le partite, dopotutto dal punto di vista atletico e fisico non ha rivali nel suo ruolo, allora Houston potrà fare la voce grossa ad Ovest, ma se continuerà a giocare superficialmente come ai Lakers, allora i sogni di titolo dei tifosi Rockets potranno restare nel cassetto. Quello che contraddistingue i campioni è la grinta, la voglia di primeggiare, la cattiveria agonistica che mettono in ogni gara, sanno che oltre ai numeri devono dare l’anima se vogliono vincere. Howard deve ancora capirlo, le potenzialità le ha tutte, se recupera bene dal suo infortunio alla schiena, potrà tornare a dominare i pitturati NBA col fisico e coi muscoli e Houston può essere la città giusta per far ricredere i suoi “haters” e i tifosi potranno godersi la loro nuova torre. Ma, dovesse anche vincere un titolo nella franchigia texana, rimarrà sempre il ricordo di aver fallito ad L.A. e non aver domato il ricordo ingombrante di Shaq, dopotutto come ha detto la stessa leggenda dei Lakers: Me l’aspettavo non tutti possono reggere la pressione delle luci della ribalta di L.A. Howard ha scelto la soluzione più semplice e ha optato per una piccola città come Houston. Si, ho detto proprio una piccola città". Che dire, Shaq is always Shaq man!







lunedì 27 maggio 2013

STEP(H) UP!


Chi erano stati gli ultimi e unici due a segnarne più di 50 al Madison Square Garden? Ah si, niente di che, due da 11 anelli e quasi 65.000 punti nella Lega messi insieme, tali Kobe Bryant (61 nel 2009) e Michael Jordan (55 nel 1995). Ecco poi, chi era quel giocatore che, esultando per una serie impressionante di triple messe a segno (11 nella notte di New York, a una dal record assoluto per singolo match), correva per il campo dandosi alla pazza gioia? Un altro sconosciuto, che si ricordano forse solo a Indianapolis, tale Reggie Miller. Ed infine non ricordo chi è stato quello che ha messo più di 270 triple in una singola stagione? Ah già, nessuno, perché Ray Allen si è fermato a 269 nel 2005/06. Nessuno fino a che, quest'anno, un playmaker da Davidson College, in maglia Warriors, ne ha piazzate 272, di cui 11 nella città della Grande Mela per uno score complessivo di 54 punti. Stiamo parlando di Stephen Curry.



Dopo una carriera sensazionale al college nelle file dei Wildcats, che gli valse numerosi premi oltre a record incredibili, tra cui ricordiamo quello curioso con il fratello Seth per il maggior numero di punti segnati da due fratelli nella NCAA (4.736 per i due Curry), Stephen viene scelto con la settima chiamata dai Golden State Warriors, dove milita tuttora. Dopo il padre Dell, sesto uomo dell'anno nel 93/94, e prima del fratello Seth, che comunque sta lavorando bene a Duke, ecco un altro di questa mirabolante famiglia di cestisti nel mondo NBA. Nella sua stagione da rookie, Curry mette in mostra tutte le sue qualità, chiudendo la stagione con 5 partite oltre i 30 punti e con almeno 10 assistenze, un career high di 42 contro i Blazers e ben 166 triple messe a segno. Solo un grandissimo Tyreke Evans, quarto a riuscire nell'impresa di chiudere la stagione d'esordio con almeno 20 punti, 5 rimbalzi e 5 assist, gli preclude la strada verso il titolo di Rookie of the Year, relegandolo al secondo posto.

La seconda stagione del promettente talento dei Warriors è sui livelli della prima, anzi Curry si toglie 3 soddisfazioni non indifferenti: vince l'NBA Sportmanship Award, come miglior giocatore sui parquet per quanto riguarda comportamento, integrità morale e fairplay; si aggiudica il Taco Bell Skills Challenge nel sabato dell'All Star Game, con il tempo di 28.2, battendo Russell Westbrook; guida la Lega come percentuale ai liberi, migliorando anche il record di franchigia fino al 93,4% con 212-227 dalla lunetta. Altri due aspetti importanti di questa stagione sono subito detti: Steph guida la sua squadra ad un miglioramento di ben 10 vittorie rispetto all'anno precedente, benché non arrivi né il record positivo (36-46) né la qualificazione ai playoff; il ragazzo è costretto a saltare 8 gare in stagione per colpa della caviglia destra, che non gli darà tregua per tutto l'anno seguente. Tanto che, nella scorsa stagione, Curry giocherà solo 26 partite su 66 (non 82 per colpa del lockout), abbassando vistosamente tutte le sue medie e non riuscendo quindi ad aiutare più di tanto i Warriors, che chiuderanno infatti un'annata fallimentare fatta di sole 23 vittorie.

Il suo fisico gracile e una caviglia destra di cristallo hanno portato a pensare che, nonostante delle abilità fuori dal comune, soprattutto oltre l'arco, la sua carriera potesse interrompersi o subire una flessione prematuramente. Curry, però, non è il tipo di persona che si dà per vinta. I suoi allenamenti sono fatti, nella loro parte finale, di 10 minuti consecutivi di canestri da 3 punti, senza interruzione. Avete capito bene, canestri, perché di tiri sbagliati ce ne sono veramente pochi. In questa stagione, detto in precedenza del record incredibile di tiri da 3 segnati, Steph ha tenuto il 45% di media su 7,7 tiri tentati a partita dai 7 e 25, cifre mai ottenute da nessuno prima di lui in una singola annata. Inoltre, il suo gioco è migliorato in maniera vistosa, tanto che ha chiuso la regular season con quasi 7 assist di media e, anche grazie agli investimenti recenti di Golden State, che hanno reso la squadra competitiva per la post season, ha guidato i Warriors ai playoff per la prima volta dal 2007, con il record 47-35, il sesto a Ovest. Nonostante fosse un esordio sui parquet di una serie per tutti i componenti del team, escluso Andrew Bogut, il loro battesimo si è chiuso con un'incredibile vittoria in 6 partite contro i favoritissimi Denver Nuggets, che avevano ambizioni di vittoria anche di Conference, nonostante l'assenza di uno dei loro migliori giocatori, Danilo Gallinari. Per interrompere la striscia di 24 vittorie consecutive al Pepsi Center, in gara 2, Curry ha messo in mostra tutto il suo potenziale, con 30 punti e 13 assistenze, massimo raggiunto in una serie che, comunque, l'ha visto sempre come protagonista assoluto.

Nonostante la sconfitta al secondo turno in 6 gara contro San Antonio, lottando comunque a viso aperto contro i numeri 2 a Ovest, Steph ha sicuramente giocato un'annata strepitosa. L'incredibile esclusione dall'All Star Game lo ha caricato di nuovi stimoli per fare ancora meglio e, ormai, possiamo dire con certezza di trovarci di fronte a un fenomeno assoluto del basket NBA. Se gli infortuni non lo fermeranno, siamo sicuri che ritroveremo Curry a lottare per gli obiettivi che contano e, magari tra qualche anno, anche per aggiudicarsi un anello. E non ci sarebbe nulla da stupirsi nemmeno se arrivassero nuovi record, perché, come è ben leggibile sulle sue scarpe, questo funambolico playmaker non si ferma davanti a nulla: “I Can Do All Things”!

martedì 21 maggio 2013

LA RIVINCITA DI MARC



Sfido chiunque a sostenere che, al momento della scoperta di Marc Gasol miglior difensore della regular season NBA 2012/2013, non abbia storto il naso o non si sia chiesto il perché di questa scelta. A ben guardare i motivi ci sono e sono pure parecchi, ben visibili ai giornalisti specializzati che lo hanno votato numero uno, come a chiunque sia interessato e appassionato di basket. Lo spagnolo rappresenta una svolta importante e decisiva, finalmente avvenuta tra i premiati per questo riconoscimento. Infatti quest'anno si sono lasciate perdere, almeno in parte, le statistiche di rimbalzi, stoppate e quant'altro per elogiare invece una difesa completa, intelligente e a tratti superlativa come quella di Marc e dell'intera squadra che il catalano guida a prestazioni egregie con grinta ed energia, i Memphis Grizzlies.

Un primo dato salta subito agli occhi se si analizza la sua e la loro stagione: 88.7 punti subiti per gara, la media più bassa tra le franchigie NBA, oltre che notevole, già di per sé, per una squadra giunta quinta nella propria conference e sesta nel computo totale della Lega. I maligni però non vedevano in lui un candidato plausibile per il titolo di difensore dell'anno, vista la presenza di James, dominante sui due lati del campo e miglioratissimo nella fase di non possesso, Ibaka, stoppatore di primo livello e dotato di un'elevazione spaziale per bloccare i tiri avversari e andare a rimbalzo, Noah, il numero uno per intensità di gioco ed energia sotto il tabellone, mentre si erano fatti da parte i recenti vincitori Chandler e Howard, non al top in questa stagione come nelle passate. Lo spagnolo, poco dopo aver ricevuto il premio, non aveva convinto nelle prime due di playoff di Memphis, perse malamente contro i Clippers e con oltre 100 punti di media incassati. Sembrava quindi un premio immeritato, ma solo a prima vista.

La forza di Marc Gasol non sta solo nei 14 punti, 7 rimbalzi, 4 assist (!) e 1 stoppata abbondante di media. Queste cifre, le più basse tra gli ultimi premiati prima di lui, non rivelano a pieno la sua intelligenza cestistica, la sua perfetta capacità di leggere le situazioni senza palla un momento prima per essere sul giocatore marcato e sul pallone un attimo in anticipo per fermare la sua avanzata o l'azione della squadra avversaria. Il fratello Pau è diventato da subito un top player al suo arrivo in NBA conquistando il titolo di Rookie of the Year, mai vinto da Marc, ed è risultato spesso decisivo prima nei Grizzlies e soprattutto poi nei Lakers, con cui ha vinto 2 anelli, ma non ha mai guidato la sua difesa a essere la migliore della Lega e non ha mai mostrato la tecnica difensiva dell'hermanito. La capacità del più giovane dei Gasol di saper contenere l’avversario sui giochi a due e di dare equilibrio e consistenza a rimbalzo sono state premiate dai giornalisti, che hanno visto in lui il giocatore più completo senza palla.

I critici però hanno trovato pane per i loro denti quando Marc è stato escluso dal miglior quintetto difensivo della Lega, votato dagli allenatori NBA pochi giorni dopo l'elezione del premio di Difensore dell'Anno. Solo 5 voti per inserire il catalano nel primo quintetto, a fronte dei 25 di James e dei 17 di Ibaka, suoi principali rivali per l'altro award. Ecco però che, dopo aver demolito i Clippers con 4 vittorie in fila dopo le prime due perse, con una media di punti subiti tornata sui buonissimi standard stagionali, Memphis si trova di fronte Oklahoma City, orfana di uno dei suoi leader assoluti, Russell Westbrook. Gasol ha quindi di fronte Ibaka, colui che, soprattutto, i tifosi avrebbero voluto al suo posto come difensore dell'anno, viste le quasi 3 stoppate a partite e la media a rimbalzo leggermente più alta dello spagnolo di Barcellona. È il momento della rivincita di Marc.

Ibaka è surclassato dal punto di vista del gioco, dimostra una tensione emotiva che non gli permette di essere mai decisivo, parte freddo e negli istanti finali non sembra mai poter dire la sua, mentre Gasol è dominante quando la palla scotta, non si ferma davanti a nessuno e risolve spesso la partita con le sue giocate. Diamo un'occhiata anche alle statistiche. Marc porta al 48% abbondante, con 19 punti di media, la sua percentuale di tiri dal campo, mentre Serge si ferma al 37% con 12 di media. Per stoppate, l'ala grande di OKC non sembra più così lontana, 3.2 contro le 2.8 del centro dei Grizzlies, mentre i rimbalzi sono in parità, 8.4 di media a testa, aggiungendo però che Gasol ruba 2 palloni e in più distribuisce altrettanti assist a partita. Tutto questo porta a uno schiacciante 4-1 per i beniamini della contea di Shelby e a un'eliminazione clamorosa per la testa di serie #1 a Ovest già al secondo turno.

Memphis ora si trova di fronte San Antonio nella sua strada verso il titolo ed è sotto 0-1 dopo il primo match in Texas. Siamo però certi che gli Orsi lotteranno come non mai per raggiungere le Finals e il loro nuovo idolo, Marc Gasol, cercherà in tutti i modi di arrivare a sfidare LeBron James, che molto probabilmente sarà all'atto finale con i suoi Heat, per dimostrare ancora una volta tutto il suo valore e, chissà, magari, rubargli il posto sul trono NBA. 

martedì 14 maggio 2013

D12 : SUPERMAN A META'


Le premesse c'erano tutte. Ed erano anche ottime. Dwight Howard, considerato da molti l'erede naturale di Shaquille O'Neal, per il dominio imposto sotto il tabellone, la capacità a rimbalzo, la buona propensione offensiva (e forse anche le percentuali ai liberi) si trasferisce in autunno dagli Orlando Magic ai Los Angeles Lakers. Come il suo predecessore aveva fatto nell'estate 1996, con una finale NBA alle spalle, persa però senza troppe pretese contro una squadra più forte ed esperta, e il trampolino di lancio perfetto per una carriera da assoluto protagonista. La stessa spalla avuta da Shaq, Kobe Bryant, rimasto da sempre nei suoi Lakers a collezionare anelli, ma ora ancora più forte di 17 anni fa, un playmaker dalle doti eccezionali come Steve Nash e degli ottimi comprimari pronti ad aiutare Dwight Howard nella sua scalata all'olimpo. Qualcosa, però, è andato storto.

Dire che la stagione dei Lakers sia stata fallimentare è storia recente, visto il cappotto incassato senza nemmeno essere mai entrati in partita in nessuna delle 4 gare contro San Antonio, vista anche l'assenza del loro leader assoluto, infortunatosi al tendine d'Achille nel terzultimo match di regular season. Certo è che era stato proprio il numero 24 in gialloviola a trascinare la squadra almeno a raggiungere l'obiettivo che sembrava il minimo traguardo della stagione, ovvero i playoff, ma che è stato in realtà una chimera per lunghi tratti dell'anno.

Lasciando per un attimo da parte le gare contro i texani e analizzando le partite che hanno portato i californiani alla post season, si possono trarre giudizi sui singoli. Bryant, nonostante le sue 35 primavere, oltre a essere diventato il numero 4 nella storia dei realizzatori all time, ed aver guidato la sua franchigia a rimonte incredibili con la sua solita classe e canestri decisivi nei minuti finali, ha sfornato per diverse partite consecutive un numero impressionante di assistenze, parzialmente coprendo il vuoto delle prestazioni non proprio esaltanti di Steve Nash, arrivato con grandissime aspettative, ma troppo spesso bloccato dagli infortuni, che lo hanno limitato. Gasol, dopo aver faticato non poco per entrare negli schemi di d'Antoni insieme a D12, ha fornito prestazioni eccellenti nel finale di stagione, con 2 triple-doppie nelle ultime 6 giocate, playoff compresi, portando i Lakers al settimo posto e cercando di salvarne la faccia contro gli Spurs. La panchina, spesso chiamata in causa visti i numerosi infortuni, non ha esaltato i tifosi dello Staples Center, anche perché povera di talento, se non nelle buone prestazioni di Clark, o di veterani in grado di fare la differenza, escluso Blake, che nella serie playoff è stato tra i migliori.
Stiamo dunque parlando di una squadra di medio-alto livello, ma ci siamo dimenticati di colui che avrebbe dovuto portare i Lakers su un altro piano, quell'Howard che con il suo arrivo ha portato aria di titolo a Los Angeles. I tifosi, che pensavano di avere vita facile ad Ovest e di dover trovare il loro avversario nei soli Miami Heat, si sono dovuti ricredere già da subito, visto la partenza a dir poco in salita dei gialloviola. Howard non ha deluso solo dal punto di visto delle medie, non all'altezza delle sue precedenti stagioni, ma soprattutto sul piano dell'intensità emotiva e di quel suo essere dominante, che l'aveva contraddistinto su ogni parquet NBA. Chi si aspettava un nuovo Shaq in città si è sbagliato e di molto, almeno per ora.

Durante la regular season non ha mai brillato, soprattutto per continuità, e questo non ha permesso ai Lakers di inanellare una striscia positiva degna di nota, anche se, nel momento in cui sembrava tutto perduto, i gialloviola sono riusciti a riprendersi e a prendere per un soffio l'ultimo treno utile per i playoff, restando in bilico fino all'ultima gara contro i Rockets che, per altro, ha fruttato loro un settimo posto del tutto immeritato. Questa “fortuna” però si è rivoltata contro la squadra di d'Antoni perché San Antonio, giunta seconda ad Ovest, era proprio l'avversario peggiore per questa squadra. Quadrati, razionali, dal gioco semplice, ma efficacissimo, i texani hanno demolito sotto ogni punto di vista i californiani, a partire dal punteggio in ogni singolo match, mai sotto i 10 di scarto. E Howard? Anche più deludente che nel resto dell'anno, sottotono e mai in partita tra le grinfie di Duncan, Splitter e Bonner che lo hanno fermato da qualsiasi arrembaggio. Non ha mai messo lo zampino in nessuna delle 4 partite l'ex Magic, che ha pagato anche le assenze di una squadra per la maggior parte infortunata, ma che non ha di certo colpito per voglia o predominanza, anzi si è quasi intimidito di fronte ad avversari così ben organizzati e capaci di colpire da ogni spiraglio utile verso il canestro.

Shaquille O'Neal, il centro più dominante della storia NBA nei suoi anni migliori, e non solo per i canestri demoliti, schiacciava gli avversari sotto il peso dei suoi canestri e delle sue schiacciate in testa, a rimbalzo arrivava ovunque pur di strappare il pallone, metteva in campo una forza e un'energia mai vista. Howard ha ancora molta strada da fare prima di avvicinare il suo predecessore in gialloviola e meritarsi un anello, ma prima di tutto deve ritrovare sé stesso, la sua voglia di fare e di vincere, per “posterizzare” tutti gli ostacoli che gli si pongono davanti, come ai vecchi tempi in Florida. Anche se di Shaq, come Shaq, alla Shaq, a mio avviso, ce ne sarà sempre e solo uno.

domenica 12 maggio 2013

IL CANTO DEL GALLO


Una squadra NBA, di quel basket americano che ha sempre guardato con occhio diffidente l'arrivo di giocatori europei e che, fino al 2006, non conosceva neppure la nostra lingua, dipendente dalle prestazioni di un italiano? Sembra impossibile, eppure è la storia dei Denver Nuggets di quest'anno.

Dominanti per lunghi tratti, soprattutto tra le mura amiche, in stagione regolare, i Nuggets si sono improvvisamente e inaspettatamente sciolti nel momento decisivo dei playoff, uscendo, anche più nettamente di quanto dica il punteggio di 2-4 subito dai Warriors, al primo turno. Mile High City non era stata abituata a veder perdere i suoi beniamini, anche viste le 38 vittorie e sole 3 sconfitte, record per la franchigia, al Pepsi Center. Eppure già dal primo match, vinto a fil di sirena grazie al veterano Andre Miller, si era capito che qualcosa non andava. E la sconfitta in gara 2, per altro quasi mai in discussione, con oltre 130 punti subiti, ha confermato il trend negativo che era nell'aria, viste le ultime, deludenti prestazioni in regular season. Cerchiamo di trovare qualche motivo a questa disfatta.

Ciò che aveva reso Denver una squadra di vertice a Ovest, negli ultimi tempi la più dura e combattuta delle due conference, durante l'anno era stato un gioco esuberante, sopra gli schemi, dettati comunque benissimo dal neo coach dell'anno George Karl, mai domo e a tutto campo, fatto di velocità e attacco ai massimi livelli e di una difesa, anche se a volte troppo libertina, che reggeva bene il confronto con quasi tutti gli avversari. Simbolo, prima scelta in attacco e, a mio avviso, go-to-guy di questa formazione era il nostro uomo, di cui parlavamo sopra, Danilo Gallinari. Un italiano alla conquista dei parquet americani, che non ha mai sfigurato di fronte a nessuno, nella sua stagione migliore, lanciato verso playoff da protagonista con la terza forza di conference. Sembrava tutto perfetto, ma il destino non si cura anche delle storie migliori.

In una penetrazione a canestro sul campo dei Mavericks, Danilo appoggia male il piede e in quell'azione, una delle innumerevoli di un anno fatto di almeno 82 partite per ciascuna squadra, Denver perde non solo il ginocchio sinistro del lodigiano, ma con esso anche molte delle sue speranze di concorrere all'anello. Affrettato come giudizio? Denver vince quel match, ne vincerà diversi altri prima delle gare a scontro diretto, ma smetterà subito di convincere come aveva fatto fino a quando l'ala piccola italiana era partita titolare. Molti meno punti a referto, la difesa non migliora, anzi anch'essa risente dell'assenza di un giocatore ordinato e difensivamente rilevante.

Gallinari quest'anno, oltre ai 16 punti abbondanti di media, aveva messo in campo un'intensità di gioco che altri, con la sua stessa divisa, avevano dimenticato in spogliatoio, mettendo a disposizione tutte le sue abilità cestistiche, oltre a doti degne di un prestigiatore, visti i canestri irreali contro Rockets e Bucks, e di leader di squadra, avendo tra le mani quasi sempre la palla quando più scottava e, spesso, con ottimi risultati, come nella vittoria sul filo di lana con i Lakers allo Staples. In un anno in cui Lawson e Faried si sono confermati o migliorati in quasi tutti gli aspetti del loro gioco, ma il presunto caposquadra Igoudala, oltre a medie ribassate di molto rispetto alle sue nei Sixers, non ha mostrato nemmeno molta intensità o voglia di vincerle tutte, Danilo ha preso a pieno ritmo le redini dei Nuggets.

Nonostante l'assenza dall'All Star Game, normale per un europeo che non sia un fenomeno anche in ambito mediatico come Nowitzki, ma normale anche vista l'assenza incredibile di un top come Curry, il nostro connazionale è entrato di diritto nel cuore dei tifosi di Mile High City. Si sono moltiplicate le sue divise tra il pubblico e, con esse, il tifo e il sostegno per le sue giocate e il suo impegno. Guardando le sue partite con commento originale potrete notare come anche il tifosissimo cronista dei Nuggets lo elogi ripetutamente e, a volte, si lasci andare a frasi quasi epiche per una partita di regular season, come il famoso “the best shot of the century” urlato verso il circus shot decisivo di Danilo contro Milwaukee.

Tutto si è però fermato in quella sera texana e non ha permesso a una stagione incredibile di diventare perfetta. Nessuno sa come sarebbe andata con Danilo in campo, ma sicuramente i 100 punti scarsi di media a partita nelle 6 contro Golden State sarebbero stati di più e, poco ma sicuro, il lodigiano avrebbe messo il cuore e l'orgoglio dove magari non sarebbero arrivati i tiri o le percentuali. I Nuggets, spodestati anche dal punto di vista emotivo, da una squadra giovane e sconsiderata come quella californiana, con il già citato Curry a fare da fenomeno assoluto, hanno perso su tutti i fronti il confronto.

Speriamo che la bella favola di Mile High City, iniziata e non finita quest'anno, possa concretizzarsi in un futuro più o meno lontano, magari mettendo un anello al dito all'italiano che proverà ancora a conquistare l'America.