domenica 19 gennaio 2014

IL CAROSELLO DEI COACH




 Il famigerato “Black Monday” è ormai passato agli annali ed è nuovamente tempo di guardare al futuro per molte squadre. Gennaio, oltre che essere il mese dei playoff, è anche il mese dei coach. Tante squadre che non hanno avuto gloria in stagione, licenziano e assumono nuove guide per provare a smuovere la loro triste situazione che, per alcune, perdura ormai da molti anni. Due squadre in particolare, piene di talento, potrebbero sicuramente beneficiare del cambiamento: i Detroit Lions e i Minnesota Vikings.

I Lions, subito dopo aver licenziato Jim Schwartz, hanno presentato un identikit del loro prossimo head coach. Un uomo con esperienza da capo allenatore, dotato di leadership e con la forza di fare dei cambiamenti importanti sia col quarterback che all’interno dello spogliatoio. Il profilo corrisponde perfettamente a colui che ha guidato i Colts al Super Bowl 2009: Jim Caldwell.

Un vero guru dei quarterback, Caldwell ha già allenato i Buccanneers e i Colts e potrà essere di enorme aiuto alla crescita di un giovane dagli alti e bassi come Matthew Stafford. Ha iniziato a Wake Forest la sua carriera sulla sideline, per poi passare, dopo otto anni, in NFL, dove ha iniziato ricoprendo la posizione di allenatore dei quarterback e poi di offensive coordinator. Una carriera costellata da alti e bassi, ma Caldwell ha avuto la costante di essere sempre stato una risorsa preziosa per i quarterback che ha allenato, prima Manning e poi Flacco. Proprio questa sua caratteristica l’ha reso molto attraente per i Lions. Se riuscirà a far crescere Stafford nella maniera migliore, facendolo diventare uno dei pilastri della squadra, potrà aver già realizzato l’obbiettivo più importante per il suo successo. Stafford ha iniziato l’anno con un rating di 94.7, guidando i Lions ad un record di 5-3, ma poi ha concluso con un 72.1 che ha portato Detroit a chiudere con 7-9. 



Già dal primo incontro Stafford e Caldwell si sono parlati e il coach ha presentato uno schema dettagliato sui punti in cui il giovane quarterback deve maggiormente migliorare. Oltre a far crescere il numero 9, Caldwell è anche un coach capace di farsi rispettare dai suoi assistenti e all’interno dello spogliatoio. Un maestro del gioco, capace di far regnare la calma in un ambiente che spesso si è mostrato troppo caldo, senza bisogno di troppe parole. Inoltre ci sarà un notevole cambiamento di mentalità nel team, passando da un coach focoso ad uno pacato e preciso, il che potrebbe comportare una riduzione delle penalità che hanno afflitto troppo i Lions quest’anno.

Passando in Minnesota la scelta è ricaduta su Mike Zimmer, uno dei nomi più caldi per il posto di capo allenatore già da qualche off-season. Un esperto della difesa, ha iniziato nel 1994 come allenatore dei defensive back nei Dallas Cowboys per poi diventare, nel 1999, defensive coordinator, posizione che ha ricoperto con molto successo ai Cincinnati Bengals, sua ex squadra. Riesce a spremere il meglio dai suoi giocatori ed è riuscito a far esplodere atleti come Vontaze Burfict o Geno Atkins.  



Quando prese per mano la difesa dei Bengals alla fine del 2007, essa si trovava in fondo alle classifiche di categoria, stessa situazione attuale dei Vikings. Minnesota ha concluso 27sima in yard concesse per drive (33.53) e 29sima in punti concessi per drive (2.31). La differenza rispetto al 2007 sta nel grande talento di cui dispone la difesa purple-gold. Shariff Floyd e Xavier Rhodes saranno due giocatori fondamentali da cui ripartire. Se riusciranno a rifirmare free agent del calibro di Jared Allen e Chris Cook potranno sicuramente migliorarsi. Zimmer baserà la difesa sul sistema 4-3 che ben si adatta al front seven dei Vikings e userà con aggressività il pass rushing. Grazie ad una difesa stabile e ad un nuovo offensive coordinator che possa aiutare il GM Spielman a trovare il quarterback del futuro i Vikings saranno in buone mani con Zimmer. Non ci resta che aspettare e vedere se le premesse verranno rispettate.

giovedì 16 gennaio 2014

TOP & WORST NBA - EPISODE 11 (06/01 - 13/01)

Best of the East

Best Team(s): New York Basketball


Chi si rivede. Nei top di quest'anno non c'era mai stato posto per la coppia di team di New York che, almeno fino ad inizio 2014, non aveva combinato nulla di buono. L'aria del nuovo anno sembra aver fatto davvero bene tanto ai Nets quanto ai Knicks. Brooklyn ha racimolato cinque vittorie, tra cui quelle contro Hawks, Warriors in serie positiva da dieci partite e Heat, con una sola sconfitta, la batosta presa dai Raptors nell'ultima uscita. New York ha invece regolato gli Spurs, perso contro i Rockets e vinto altre cinque partite di fila contro Mavericks, Pistons, Heat, Sixers e Suns, abbinando finalmente un buon gioco ai campioni che presenta a roster. I ragazzi del Madison Square Garden hanno già acchiappato l'ottavo posto utile per i playoff, seppur col record misero di 15-22, ma i cugini del Barclays Center sono appaiati col medesimo score. Attenzione a parlare già di rinascita, però. A New York, specialmente quest'anno, tutto cambia sempre in un batter d'occhio.

Best Player: Carmelo Anthony

La riscossa dei Knicks ha un nome ed è quello di Anthony. Pur tirando con percentuali non sempre grandiose, ma che si sono alzate nel quintetto di vittorie consecutive (43.5% di media), Melo ha segnato 25.8 punti raccogliendo 8.8 rimbalzi a partita e aggiungendo 4.6 assistenze, che non fanno mai male in una squadra dallo scarso playmaking come New York. Ottime le prestazioni in settimana contro i Pistons (34 punti con 6/7 da tre punti) e contro gli Heat (29 punti, 8 rimbalzi e 5 assist). Secondo miglior marcatore della Lega (26.2 punti di media), il suo contributo non si è finora tradotto in ottimi frutti per i Knicks, ma la colpa non è certamente da attribuire solo a lui. Come ha dimostrato nell'ultima gara contro Phoenix, è sempre pronto a decidere il match con le sue conclusioni e non trema con la palla in mano. La crescita dei Knicks passa per la crescita di Melo.

Best of the West

Best Team: Denver Nuggets

Quest'anno i tifosi dei Nuggets soffriranno il mal di mare a furia di scossoni. Un inizio pessimo, poi un periodo fantastico, seguito da un'altra striscia negativa ed ora, dal nulla, cinque importanti e splendide vittorie consecutive, salvo poi farsi superare dai Jazz. Dopo quella di misura sui Grizzlies ecco la netta, con annesso record stagionale di punti segnati (137), contro i Lakers seguita dal +31 sui Celtics, dall'ottimo successo sui Thunder e dalla netta affermazione sui Magic. Morale della favola sono 119.6 i punti di media segnati in questa striscia vincenti con 100.6 subiti. Guidati dal sempre decisivo Ty Lawson (17.7 punti e 8.6 assist di media), i Nuggets hanno portato alla doppia cifra di media anche Wilson Chandler (12.8), J.J. Hickson (11.2), Kenneth Faried (10.5), Randy Foye (10.2) e Nate Robison (10.1). Se, al suo rientro, Danilo Gallinari tornerà ad essere un fattore e, magari, anche la prima scelta offensiva, a Mile High City ci sarà di certo da divertirsi. Sempre che non incappi di continuo in sconfitte come quelle contro Utah.

Best Player: Blake Griffin


Per favore nessuno dica più che Blake Griffin sa solamente schiacciare. Vincere un derby contro i Lakers è sempre un'ottima soddisfazione, farlo senza il compagno di giochi preferito, quel Chris Paul che viene sempre definito come il vero All Star dei Clippers, significa che stai facendo del tuo meglio. Se a questo aggiungiamo il 12/15 al tiro per 33 punti, i 12 rimbalzi e il +45 di plus / minus allora l'impresa è di quelle da ricordare. I suoi 22.3 punti di media (tirando col 52.7% dal campo) sono il frutto di partite sempre in doppia cifra dall'inizio dell'anno, tre sole volte sotto i 15 segnati e ben tredici sopra i 25. I 10.4 rimbalzi sono invece il risultato di 26 doppie doppie già raccolte finora. Era fondamentale dimostrare di saper vincere e dominare anche da solo, senza Paul, in una partita tesa come il derby di LA. Si può dire tranquillamente che se i Clips sono quarti a Ovest con un ottimo 26-13 è anche e, forse, soprattutto merito di Blake Griffin.

Best of the Rest

1. Spurs rolling enemies: San Antonio (30-8) è ancora e sempre padrona ad Ovest e in striscia positiva da cinque partite a seguito dei successi su Clippers, Grizzlies, Mavs, T-Wolves e Pelicans. Evergreen is the way. Gli Spurs sembrano davvero non essere mai finiti e non poter finire mai. Esprimono il miglior gioco di squadra della Lega e coach Pop sembra trasformare tutto ciò che tocca in ora. Anche un certo Marco Belinelli, uno delle nostre parti..


2. Pacers Defense: defensive rating a quota 92.6, -8.9 rispetto a quello offensivo a quota 101.5, avversari lasciati col 40.9% al tiro e una difesa che, con Roy Hibbert in testa, è capace davvero di fermare chiunque. Chiedetelo ai Wizards, ridotti alla miseria di 66 punti segnati, minimo stagionale in NBA. Il record in casa è di 18-1, il meglio visto nella Lega dai magici Cavs di LeBron del 2008/2009. Non si costruisce per caso il miglior record score ottenuto finora (29-7).

Worst of the East

Worst Team: Miami Heat

Sarebbero da considerare le striscie negative di Celtics (9 sconfitte di fila), Magic (8) e Bucks (6), ma trattandosi di team che non hanno nulla da chiedere alla stagione in corso, tanto vale trattare di chi punta al titolo. Le vittorie contro Raptors e Pelicans avevano aperto al meglio la settimana di Miami che però poi si è chiusa con due sconfitte inaspettate. La rivalsa di Knicks e Nets, a lungo esplicitata nei top settimanali, è passata per una vittoria a testa in casa contro Miami, per altro entrambe in doppia cifra di scarto. Non c'è da preoccuparsi, il 27-10 assicura ampiamente il secondo posto.. ecco assicura giusto il secondo posto ad Est, a 2.5 gare dai Pacers in vetta. Il fattore campo è fondamentale se si vuole puntare all'anello e gli Heat ultimamente sembrano troppo altalenanti per poter puntare effettivamente al primato di Indiana.

Worst Player: Jeff Teague

Dopo che tutti hanno osannato la splendida prestazione contro i Cavs, il suo rendimento è calato notevolmente e, in questa settimana, ha raggiunto i minimi stagionali. Nelle ultime quattro partite sono arrivati 14.5 punti, trovati però con un tremendo 33.9% al tiro, con soli 5 assist smazzati a partita e ben 4 palle perse di media. Nonostante la sua pessima prestazione, unita a quella anche peggiore di Millsap, Atlanta ha incredibilmente battuto Indiana, ripetendosi poi anche contro Houston, salvo poi perdere contro Memphis, così come aveva fatto contro i Nets nella prima delle quattro partite in analisi. Il terzo/quarto posto sembra saldamente nelle mani degli Hawks, ma attenzione che Wizards, Bulls, Piston e le due di New York sono lì a un soffio. È un attimo uscire dalla contesa per i playoff e sarebbe un peccato per un'ottima squadra come Atlanta.

Worst of the West

Worst Team: Phoenix Suns


Vale lo stesso discorso che ad Est per Lakers (4 sconfitte di fila) e Pelicans (6), ma i Suns sono direttamente invischiati nella lotta per l'ottavo posto e il 2014, finora, è stato davvero povero di soddisfazioni. Una vittoria netta sui Bucks e un'affermazione di misura sui T-Wolves non basta per chi punta ai playoff ad Ovest se nel frattempo si perde due volte coi Grizzlies e una con Piston, Bulls e Knicks. Phoenix sembra aver perso lo smalto nello stesso lasso di tempo in cui ha perso Eric Bledsoe per infortunio. Goran Dragic sta continuando a fare ottime cose, ma altrettanto non si può dire degli altri, specialmente i gemelli Morris, vera rivelazione di inizio anno. Ora Phoenix, a quota 21-16, è pericolosamente scivolata all'ultimo posto utile per la post-season e deve ringraziare il cielo che i Jazz hanno regolato incredibilmente i Nuggets, altrimenti Denver sarebbe a una sola gara di distacco.

Worst Player: Kevin Love

Quanto dalle prestazioni di Love dipendano strettamente quelle dei suoi T-Wolves è presto detto. Contro gli Spurs, 3/14 al tiro per 14 punti e 7 rimbalzi, risultato: sconfitta. Contro i Bobcats, 6/10 per 19 punti e 14 rimbalzi, risultato: vittoria. Contro i Suns, 4/20 al tiro per 15 punti, risultato: sconfitta. Contro i Sixers 7/12 al tiro e 26 punti, risultato: vittoria. Questo dimostra anche qualcosa in più. Le squadre contro cui Love fa bene sono spesso dal record negativo, mentre contro le grandi di quest'anno spesso fatica. Come dimostrano anche i liberi sbagliati nel finale contro i Thunder, che potevano decidere l'overtime, parte delle innumerevoli partite perse per pochissimi punti dai T-Wolves quest'anno. L'ala di Minnesota deve imparare a fare molto meglio quando la palla scotta. Altrimenti i playoff resteranno sempre un miraggio.

Worst of the Rest

1. Losing Streaks: non citabili direttamente sopra, trovano però posto qui. Boston (13-26) ha deciso di fare sul serio col tanking, Orlando (10-28) già era ben avviata e prosegue all'opera, Milwaukee (7-30) quest'anno proprio non riuscirebbe a vincere nemmeno se lo volesse. Il Draft estivo fa gola, ma a queste franchigie serve davvero qualcosa di speciale per tornare sui livelli degli anni passati.


2. Losing Streaks (pt.2): i Pelicans (15-22) sono indecisi sul loro futuro, ma si stanno lasciando andare vista la concorrenza ad Ovest che non permette ottime chance di post-season e i Lakers (14-23) vogliono una buona scelta al Draft e lo danno non poco a vedere, come tutte in questo pacchetto degli orrori. Magari la squadra di LA potrebbe giusto evitare di perdere il derby di 36 punti, massimo scarto di sempre.


sabato 11 gennaio 2014

COME UNA FORMICA

Esopo racconta in un’antica e famosa favola che la formica durante l’inverno lavorava, mentre la cicala pensava a cantare; arrivato l’inverno la formica aveva di che nutrirsi viste le scorte che aveva accumulato durante i mesi di lavoro, al contrario della cicala che aveva badato solo a divertirsi. La formica di questo periodo porta il nome di Giorgio Tesi Group Pistoia, squadra di basket toscana che, passo dopo passo, sta mettendo da parte le provviste necessarie per sopravvivere in Serie A e per non morire di fame in eventuali momenti di carestia da vittorie. 


La squadra del presidente Maltinti è la neopromossa di stagione e i frutti che sta raccogliendo di settimana in settimana sono di quelli sempre più gustosi. Dopo un avvio stentato che ha portato in dote 4 sconfitte in altrettante gare, i biancorossi hanno iniziato a mostrare un buon gioco e a portare a casa il referto rosa con sempre maggior costanza.
Tra i protagonisti dell’ottimo momento di Pistoia c’è sicuramente coach Paolo Moretti, 44enne aretino con un passato da giocatore nel massimo campionato, presente anche nel giro della Nazionale. L’apice della sua carriera in panchina l’aveva raggiunto nella stagione 2005-2006 quando fu ingaggiato da Livorno per guidare la squadra in Serie A ma, dopo una stagione non esaltante, decide di ripartire dal basso, a Brindisi, B1. In Puglia rimane il tempo di una stagione poi, dal 2008, si lega a Pistoia, compagine di Legadue, con cui il matrimonio continua felicemente. Moretti si sta dimostrando un ottimo allenatore, non solo per lo spirito di gruppo che è riuscito a installare tra i suoi ragazzi ma per il bel gioco che la squadra dimostra di conoscere. Da notare come la Giorgio Tesi Group è la squadra che subisce meno canestri nei tiri da 2, elemento non indifferente dal momento che, come recita un vecchio adagio, il miglior attacco è la difesa.
Eccetto che a Porto San Giorgio le vittorie sono arrivate tutte tra le mura amiche del PalaCarrara, impianto piccolo (nemmeno 4000 spettatori) con il pubblico molto vicino al campo che fa letteralmente sentire ai proprio beniamini il proprio appoggio. Cremona, Pesaro, Varese, Venezia e Bologna sono le squadre che hanno dovuto pagare dazio al cospetto dei Moretti Boys, bravi nel far valere la spinta ricevuta dai tifosi di casa (non è un caso che alcuni allenatori nell’intervista pre-partita abbiano parlato proprio del clima che si respira all’interno del palazzetto toscano). 


Spulciando i nomi del roster si noterà la scelta fatta dalla società per una squadra corta, ma d’altronde l’obiettivo è la salvezza, costruita con la formula 5 + 5 (cinque italiani e cinque USA). Per quanto riguarda i nostri compatrioti il nome che spicca è quello di Giacomo Galanda, uno degli eroi del basket tricolore degli ultimi 20 anni, ormai non più un giovane ma che a Pistoia ha deciso di dedicarsi ormai da 3 stagioni a questa parte. I minuti in campo sono circa 15, il fisico e la velocità non sono quelli di una volta, ma il Gek ha conservato una mano che da 3 sa ancora regalare emozioni. Un discorso simile vale per Guido Meini, quasi 18 anni passati nelle serie minori, in particolare in Legadue, eccetto una stagione a Venezia, 3 anni fa. Il play di Pescia non mette in cascina delle cifre che rimarranno negli annali ma è utile per far rifiatare il pari ruolo titolare. Riccardo Cortese, classe ’86, è tornato a giocare nella massima serie dopo qualche anno di assenza; le cifre sono praticamente uguali a quelle della sua stagione ad Avellino ma il maggior utilizzo fa sì che i punti messi a referto siano aumentati. Al centro Davide Bozzetto e alla guardia/ala Francesco Evotti tocca invece seguire i compagni dalla panchina. 


Capitolo americani: i giocatori a stelle e strisce non solo vanno scelti ma vanno anche indovinati. Puntare sui giocatori sbagliati è rischioso anche perché gli americani costano di più degli italiani e, inevitabilmente, tocca a loro innalzare il livello e la competitività della squadra. Ed Daniel è alla sua prima esperienza da professionista dopo il quadriennio a Murray State; faccia simpatica, una mole di capelli difficilmente superabile, l’ala di Birmingham (Alabama) è un buon rimbalzista e sicuramente fa dell’atletismo una delle sue armi migliori. Brad Wanamaker è il play titolare della Giorgio Tesi Group. Quando nelle prime giornate di campionato la vittoria non arrivava il principale bersaglio delle critiche è stato il ragazzo di Filadelfia, reo di non saper “far girare la squadra”. In effetti Wanamaker, in Italia già attivo a Teramo e Forlì ma per brevissimo tempo in entrambe le occasioni, non è un play puro ma, nonostante tutto, col passare delle settimane è riuscito a prendere per mano i suoi compagni e a trascinarli con 15 punti di media a partita. Deron Washington arriva in Toscana via Netanya (Israele), squadra nella quale l’anno scorso si è messo in mostra con buone percentuali in tutte le voci statistiche. Il suo tallone d’Achille sono i liberi, ma sia da 2 che da 3 quest’anno viaggia intorno al 45%. Il suo atletismo, la sua velocità, la sua precisione sono tutte armi che Pistoia ha imparato a conoscere e che tenta di innescare ogni qual volta la squadra si trova in difficoltà. Il ruolo di guardia è ricoperto da Kyle Gibson, losangelino alla prima esperienza fuori dagli USA. Quest’anno tira peggio rispetto alle precedenti stagioni ma nei finali di partita può essere un’arma non indifferente vista la sua quasi infallibilità dalla lunetta. Il ruolo del leone sotto canestro tocca a JaJuan Johnson, giovane ala/centro di 208 cm. Fisico asciutto adatto anche al gioco spettacolare, il numero 25 è alla prima esperienza europea dopo aver calcato i parquet dei campionati NCAA, NBA e D-LEAGUE. Proprio l’esperienza nel campionato di basket più importante del mondo fa capire l’effettiva caratura del ragazzo di Indianapolis, scelta numero 27 del draft del 2011. È il giocatore probabilmente più in forma tra i suoi e, nonostante sia inesistente dai 6,75 e ai liberi sia tutt’altro che un cecchino, la sua presenza sotto i tabelloni risulta essere fondamentale in entrambi le fasi di gioco. Ragazzo che sa anche prendersi delle responsabilità, rimane negli occhi l’ultima magia, il game winner contro Bologna che ha condannato le V Nere a tornare in Emilia a mani vuote.

L’obiettivo che a inizio stagione la società si era prefissato era quello della salvezza; per il gioco espresso e le vittorie ottenute ormai molti lo considerano effettivamente raggiunto, anche se ancora non siamo arrivati nemmeno a metà stagione. A meno di clamorosi scivoloni la Giorgio Tesi Group non tornerà nel Purgatorio della Legadue ma, per essere realisti non bisogna nemmeno fare proclami che hanno per oggetto i playoff e le Final Eight. Intanto però a Pistoia i tifosi mostrano un sorriso smagliante, pronti a divertirsi e a sperare che i biancorossi continuino a regalare loro le gioie che da qualche mese a questa parte hanno caratterizzato i pomeriggi del PalaCarrara.