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martedì 10 settembre 2013

GRAZIE BLUE TEAM!





Applausi. Tanti, calorosi applausi per il nostro Blue Team, per i nostri ragazzi che, fino alla fine, hanno provato a realizzare il sogno di un intero movimento. Sabato sera, in un Vigorelli gremito di appassionati, tra cui molti, moltissimi giovani, è andata in scena la finale degli Europei di Football Americano: Italia vs Danimarca. Già dal pomeriggio, dopo un avvincente match tra Repubblica Ceca e Gran Bretagna (vittoria dei britannici per 23 a 14) l’atmosfera inizia a farsi elettrica, la tensione e l’emozione sono palpabili. Si ha la percezione di poter scrivere la storia, di poter compiere una grande impresa. L’avversario non è certamente dei più semplici, anzi, è la favorita dalla vigilia, ma il pronostico è di parità, un onesto 50% a testa.

L’ingresso in campo delle squadre è uno dei momenti più emozionanti. Il boato del pubblico esplode quando gli azzurri corrono, nella fila tracciata dalle cheerleader, per raggiungere il centro del campo e la bandiera tricolore, i danesi però rispondono con un ingresso in campo da veri vichinghi, che mette paura.

L’Italia è carica, non si fa intimorire e lo dimostra immediatamente, fermando il primo drive della Danimarca e ripartendo dalle proprie 42 yard. Un bellissimo lancio da 38 yard del quarterback Tommaso Monardi per il wide receiver “Rocky” Ciasulli ci porta subito in vantaggio, con il calcio addizionale di Di Tunisi siamo 7-0. Il pubblico ci crede ancora di più, ma i ragazzi della Danimarca rispondono presenti. Il quarterback Kasper Jensen inizia a mostrare il suo repertorio di finte con una giocata a sorpresa che ci punisce duramente. Ricevuto lo snap, esegue un passaggio in orizzontale per il suo running back, Soren Frederiksen, che, a sua volta, sorprendendo la difesa, lancia per 44 yard verso Aske Klixbull. Sugli spalti, mentre i meno esperti si stanno ancora chiedendo se l’azione sia regolare (regolarissima e molto bella), la Danimarca si porta in parità con una corsa centrale di 2 yard di Bjorn Christensen e con il calcio di Peter Fromberg. L’Italia deve reagire, ma troppa fretta porta a sbagliare. Monardi lancia un intercetto che riporta i nordici a poche yard dalla end zone, dove non sprecano l’opportunità di chiudere la prima frazione di gara in vantaggio 14-7, segnando nuovamente con una corsa centrale, di cui è autore il quarterback Jansen, che esegue benissimo la “fake play”, mandando la difesa italiana sul running back, potendo dunque correre liberamente per un facile touchdown.   



Quando la Danimarca è costretta a ripartire vicina alla sua end zone, la nostra difesa si esalta e diventa insuperabile, concedendo all’attacco di poter ripartire dalle 35 offensive. Monardi non spreca e lancia benissimo Mark Simone, che con una gran giocata chiude in touchdown il drive. Di Tunisi però sbaglia il calcio e dunque ci fermiamo ad un punto di distacco, 14 a 13. L’azione successiva è un duro colpo per noi italiani: il nostro cornerback sbaglia la copertura e permette a Frederiksen di involarsi per 46 yard, dritto in touchdown. E’ 21 a 13 per la Danimarca. Monardi nell’azione successiva lancia il secondo intercetto che, per nostra fortuna, non frutta nulla di significativo per i danesi. Dopo un nostro drive improduttivo, la nostra difesa commette uno sbaglio che complica non poco la situazione. Teniamo benissimo per i primi tre down, concedendo la miseria di 6 yard, ma sul quarto down, quando ormai sembra fatta, il coaching staff bianco-rosso prende la decisone di lanciare e Klixbull, apertosi bene per lo screen pass che coglie impreparata la secondaria, riceve il touchdown che vale il 28 a 13. Mancano poco meno di quattro minuti alla fine del tempo e accade un episodio convulso. Monardi lancia, ma il pallone viene deviato e cade nella mani di Timmi Rysgaard, su cui però si avventa Mark Simone che causa un fumble, recuperato prontamente da Michele Marchini. Il possesso è ancora nostro e non ci facciamo sfuggire l’occasione di accorciare le distanze. Dopo due primi down guadagnati dall’ancora ottimo Marchini, Monardi lancia il touchdown per Gabriele Arioli. L’Italia prova dunque un two point conversion, ma il lancio, sempre per Arioli, risulta incompleto perché il ricevitore, al momento del contatto col terreno, non aveva il pieno controllo dell’ovale. Andiamo negli spogliatoi sotto 28 a 19.

Il secondo tempo riprende con l’Italia che si rende più pericolosa sulle corse, in particolar modo con Dario Mingozzi. Dopo un touchdown, apparentemente regolare, che non viene convalidato dagli arbitri, scatenando le accese proteste del pubblico, è ancora la coppia Monardi-Arioli a riaccendere le speranze dei 4.000 del Vigorelli. Un bel lancio di 12 yard e il successivo calcio ci riportano a soli due punti di svantaggio, siamo 28 a 26 con tutto il terzo quarto da giocare. La nostra difesa costringe i danesi al punt e regala all’attacco la possibilità di sopravanzare gli avversari. Monardi però, decidendo per uno scramble, viene placcato sulle proprie 30 e perde sciaguratamente la palla. Il fumble del nostro quarterback permette ai nordici di realizzare una facile corsa centrale per il 35 a 26. Successivamente è ancora la difesa ad esaltarci, la safety Federico Forlai intercetta per la prima volta Jensen, ma il nostro attacco spreca l’opportunità di avvicinarsi significativamente ai danesi, optando per un field goal che vale il 35 a 29. E’ il momento chiave del match, l’Italia se vuole vincere deve dare tutto ora, a 10 minuti dalla fine, ma la Danimarca si dimostra fredda e cinica.  



Prima Jonas Hansen chiude un bellissimo drive che porta un guadagno considerevole di yard, poi lo stesso Hansen realizza il 42 a 29, in un’azione in cui la nostra difesa non da mai l’impressione di poter bloccare l’attacco dei danesi, guidato da un Jensen sugli scudi. Il colpo del k.o. per l’Italia è l’ennesimo intercetto di Monardi, che viene ritornato da Rysgaard per 52 yard in touchdown. Siamo sotto di 20 punti, 49 a 29. La partita è ormai conclusa, il tempo viene lasciato scorrere dalle due fiere avversarie fino alla conclusione. Il Blue Team si arrende alla Danimarca per 49 a 29.

Peccato per il risultato finale, ma quello che preme sottolineare di questa partita non sono i numeri, le statistiche o gli errori della nostra nazionale, ma il cuore che i nostri ragazzi hanno messo in campo e le emozioni che sono stati in grado di regalare al pubblico accorso numeroso, non solo in occasione della finale, ma anche nelle giornate precedenti. Ho accennato all’inizio alla moltitudine di giovani presenti. Questo è il dato da sottolineare, questo sport è amato dai ragazzi e anche da tante ragazze, presenti in numero consistente sugli spalti. Molto probabilmente pochi ancora sanno come funziona nel dettaglio il gioco, ma ciò che lascia il segno nel cuore e negli occhi è la grande spettacolarità e la grande intensità che il football americano sa regalare agli appassionati e ai neofiti. E’ stata una grandissima emozione vedere tutto il pubblico esultare per i touchdown del Blue Team, ma ancora più emozionante è stato come la gente si sia appassionata, personalmente mi è venuta la pelle d’oca quando le squadre sono entrate in campo. La speranza che serbiamo nei nostri cuori è che la bella settimana vissuta a Milano possa essere un trampolino di lancio per far emergere questo sport in Italia. I tanti giovani, i quali, molto probabilmente, hanno iniziato a seguire questo sport grazie alla NFL ( io compreso) hanno tutta l’intenzione di continuare a dar seguito ad un movimento che si è dimostrato molto attivo e che, grazie ad un’ottima organizzazione, ha saputo offrire uno spettacolo meraviglioso.

Grazie Blue Team!

domenica 1 settembre 2013

L'ANGOLO DEL FOLKLORE : LA MALEDIZIONE DELLA STELLA D'ARGENTO


Cinque finali perse, tutte in maniera quasi incredibile e partendo per la maggior parte dei casi da favoriti assoluti. Parma, Lazio, Inter, Napoli e ancora Lazio sono le squadre che hanno fatto svanire il sogno della stella d'argento, apposta sulla maglia di qualsiasi compagine calcistica che riesca a vincere 10 trofei di Coppa Italia, tre volte alla Juventus e due volte alla Roma. Sembra che nessuno riesca a vincere la decima e, a ben guardare i valori in campo e il modo in cui si sono evoluti molti di questi anni finali, il tutto ha l'aria di una vera e propria maledizione.

La Juventus ha vinto la sua nona Coppa Italia nel lontano 1994/95 in finale contro il Parma, la stessa squadra che poi, nel 2001/02, sembrava dovesse essere la vittima designata sulla strada della Signora verso la stella d'argento. Galvanizzata dall'incredibile successo in campionato, con la sconfitta dell'Inter contro la Lazio nell'ultima giornata che aveva consegnato il 26° tricolore alla formazione di Lippi, ecco che il 10 maggio la Juve si presenta al Tardini forte, ma non tranquilla, dopo il 2-1 maturato all'andata. Al Delle Alpi, Amoruso su rigore e Zalayeta dopo 12 minuti sembravano aver già aperto le porte a un agevole successo e la partita era scivolata via senza altre emozioni fino a quando, in maniera incredibile, Nakata al minuto 92 aveva accorciato le distanze in modo quanto meno pericoloso per i bianconeri. Ecco infatti che, dopo soli 3 minuti dall'inizio della gara di Parma, la compagine di casa segna l'1-0 con Junior. Il gol in trasferta pesa come un macigno e, nonostante gli sforzi profusi e un pressing asfissiante, la Juve non riesce a pareggiare la sfida, perdendo la Coppa a favore del terzo successo degli emiliani nella competizione.

Ecco che però, solo due anni dopo, la Juventus torna in finale, questa volta contro la Lazio. Il titolo non è arrivato in quel 2003/04, ma la favorita d'obbligo resta comunque la Signora, anche visto che i biancocelesti hanno chiuso al sesto posto il campionato. L'andata all'Olimpico è però traumatica: la Lazio domina e vince con due gol di Stefano Fiore ai minuti 60 e 80. Sembra tutto perduto, ma i bianconeri sfoderano gli artigli e al ritorno in casa pareggiano subito il conto nel primo tempo con i loro due assi del gol, Trezeguet e Del Piero. Le sorti sembrano quindi pendere tutte a favore della Juve, ma ecco che al minuto 69 Corradi sugli sviluppi di un corner sovrasta Legrottaglie e incorna il 2-1. Ai padroni di casa servirebbero quindi due gol per mettere le mani sul trofeo, ma arriva soltanto il pareggio della Lazio con Fiore, che approfitta di un grave errore della difesa avversaria. Seconda sconfitta consecutiva in finale di Coppa e niente stella d'argento per la Juventus.



La Roma, dopo i due successi di fila nel 2007 e 2008, si presenta nel 2009/10 per chiudere la tripletta che potrebbe portarla ai dieci successi. L'avversario non è dei migliori, è l'Inter di Josè Mourinho che vincerà poi campionato e Champions League, ma, visti appunto i numerosi e fondamentali impegni ancora da sostenere, sembra che la squadra milanese possa essere distratta dalle sirene europee o dalle fatiche in patria. In più i giallorossi giocano in casa e sembra perciò che possano avere i favori del pronostico. La finale da due anni è a partita secca, quindi non c'è ritorno. Ci si gioca tutto il 5 maggio allo stadio Olimpico, un bruttissimo anniversario per i nerazzurri proprio nello stadio che gli aveva tolto lo scudetto 8 anni prima. In una partita giocata a bassi ritmi e molto nervosa ecco che è però una bomba di Milito da fuori area a decidere il match al 40' del primo tempo. La Roma, imballata e senza idee, verrà ricordata soprattutto per il calcione scellerato del suo capitano Totti a Balotelli nel finale di partita. L'Inter alza la Coppa e la maledizione continua.

Ciò che accade nel 2011/12 ha ancor più dell'incredibile. La Juventus dei record di Antonio Conte, imbattuta e vincitrice in campionato dopo una cavalcante inesorabile, si presenta allo stadio Olimpico in finale di Coppa Italia contro il Napoli, che ha invece deluso, chiudendo al quarto posto una stagione che avrebbe dovuto essere migliore. Sembra non ci debba essere storia, anche perché i bianconeri non hanno ancora perso in gare ufficiali durante quell'annata. In una delle sue peggiori uscite stagionali, però, la Signora viene sconfitta nettamente da un Napoli con più forze e energie, trascinato da un Cavani, che porta i partenopei in vantaggio su rigore nel secondo tempo, e da un Hamsik in serata di grazia, che prima si procura il penalty e poi chiude i conti al minuto 83 con una pregevole conclusione che batte Storari. Si chiude quindi nel peggiore dei modi una stagione comunque straordinaria, ma che avrebbe potuto essere ai limiti della perfezione per i bianconeri. E ancora una volta la Juventus perde una finale di Coppa e non può forgiarsi di quella stella d'argento che ormai sembra stregata in quel di Torino.

Non meno stregata che a Roma dove, lo scorso 26 maggio, si è verificata una delle sconfitte più sanguinose nella storia dei giallorossi. La finale di Coppa è di quelle da brividi: Roma-Lazio, un derby in finale, forse il derby più importante di sempre, in uno stadio Olimpico stracolmo. La partita è tesa, si gioca solo a sprazzi, la palla resta per lunghi tratti a centrocampo e le azioni da gol faticano ad arrivare. Fino a quando, al minuto 71, Candreva se ne va sulla fascia e crossa, Lobont sbaglia l'uscita e Lulic, appostato sul secondo palo, segna il gol della vita. E' l'1-0 che vale il trofeo e che porta i biancocelesti in paradiso, a festeggiare la Coppa in faccia ai propri concittadini. Una Roma spenta, dalle poche idee e dai pochi spunti, guidata da un Andreazzoli mai convinto nelle proprie scelte tattiche, abbandona, per la seconda volta, il sogno di avere sulla propria maglia la stella d'argento e si ritrova senza successi in una stagione a dir poco deludente. L'aquila Olimpia può festeggiare e con essa tutto lo spicchio di tifoseria laziale.




La domanda sorge spontanea: chi si forgerà del decimo titolo di Coppa Italia per primo? Sarà la Juventus, a secco in questa manifestazione da quasi 20 anni? O forse la Roma, che ha perso 8 delle 17 finali giocate? O le outsider Inter (7 titoli), Lazio e Fiorentina (6) faranno incetta di trofei e sorpasseranno le concorrenti? Difficile a dirsi, ciò che è sicuro è che ognuna delle compagini che si troverà a giocare per la sua decima Coppa Italia avrà a che fare con un avversario non facile da superare, la maledizione della stella d'argento.

venerdì 12 luglio 2013

L'ANGOLO DEL FOLKLORE – ANDY MURRAY : L'ETERNO SCONFITTO ORA E' UN “BARONETTO” DEL TENNIS MONDIALE


Alla vigilia delle Olimpiadi di Londra 2012 il curriculum tennistico di Andy Murray citava 22 trofei vinti, tutti di valore più o meno modesto, e 12 sconfitte nelle finali giocate, di cui, però, ben 4 negli Slam. Da allora lo stesso elenco racconta di altri 6 tornei vinti e 2 sole sconfitte in finale, ma aggiunge alla bacheca dello scozzese un oro olimpico, uno US Open e una vittoria meravigliosa a Wimbledon. Che dire? L'eterno sconfitto, colui che tra i magnifici 4 del tennis dei giorni nostri (Novak Djokovic, Rafael Nadal e Roger Federer gli altri fenomeni da un po' di tempo a questa parte) era da sempre considerato inferiore, l'anello debole, si è preso qualche rivincita e, oggi più che mai, fa paura a tutti, apprestandosi (forse) a diventare il futuro numero 1 del mondo e ad aggiungere ancora molti trofei al suo palmares.

Il torneo che ha cambiato le carte in tavola, modificando le gerarchie tra Murray e i suoi rivali più agguerriti, è senza dubbio l'Olimpiade dello scorso anno. La Gran Bretagna è presente al gran completo per fare incetta di ori dal profumo casalingo e, nel tennis, la più grande speranza (o forse l'unica) è proprio Andy. Non ha mai vinto un trofeo importante nella sua carriera e tutti sono ancora incerti se sia effettivamente nelle sue corde, se mai salirà sul trono o sarà sempre secondo. I più forti ci sono tutti, tranne Nadal infortunato, ed è tornato a fare faville anche Del Potro, avversario sempre temibile con la sua altezza e i suoi micidiali colpi di diritto. Non è però dalla sua parte di tabellone, in un'ipotetica semifinale lo affronterà Federer. Il dato non è così confortante per Murray perché significa che, se arriverà tra i migliori quattro, a lui toccherà il numero 1 del seeding e dominatore assoluto del tennis in quel momento, Djokovic. Il pensiero di molti è che, quindi, il suo obiettivo sia una medaglia, più probabilmente quella di bronzo, visto che la finale tra il serbo e lo svizzero sembra già scritta.

Murray supera 6-3 6-3 l'ostico Wawrinka, 6-2 6-4 il finlandese Nieminem e rischia non poco al terzo turno con il sempre temibile Baghdatis, sconfitto 4-6 6-1 6-4. Ai quarti Almagro è sconfitto agilmente 6-4 6-1, ma di sorprese, anche nelle altre parti del tabellone, non ce ne sono state, se non l'eliminazione di David Ferrer (testa di serie #4) al terzo turno, che porta Del Potro alle semifinali. Tutto è andato come previsto e Federer al termine di una battaglia epica, conclusasi 3-6 7-6 19-17, ha estromesso l'argentino dalla finale, diventando così il primo tennista ad assicurarsi una medaglia. Andy deve vedersela con il serbo contro cui ha perso 4 dei 6 incontri precedenti e un Australian Open in finale nel 2011. Il pubblico di casa è tutto per lui e lo scozzese non tradisce le aspettative dei britannici, chiudendo con un secco 7-5 7-5 una partita condotta magistralmente. È finale, è medaglia assicurata. Tra lui e la gloria c'è solo colui che è considerato il più forte giocatore di sempre, che ambisce a vincere l'oro olimpico come ultimo tassello per completare un palmares sublime, Roger Federer. La finale è al meglio dei 5 set e sembra prospettarsi come una battaglia tra due tennisti in forma e pronti a giocarsela fino alla fine.

Murray però arriva alla finale carico al massimo, visto che fino ad allora aveva perso solo 1 set e 39 games, e Wimbledon, il campo più famoso e affascinante del mondo, addobbato in versione 5 cerchi per l'occasione, è scatenato al pensiero che possa vincere un suo beniamino. La bolgia britannica, solitamente tifosa dell'elvetico per le sue imprese in terra inglese, questa volta ha il proprio campione da supportare e Andy gioca la miglior partita della sua carriera proprio nella giornata più importante e attesa della carriera. Il punteggio è senza storia: 6-2 6-1 6-4. L'oro finisce al collo del padrone di casa, che riporta la medaglia più ambita in patria nel tennis dopo il 1908 e Murray ottiene la sua vittoria più importante davanti al pubblico festante. La consacrazione è attesa nel successivo Slam, l'US Open e lo scozzese ancora una volta non sbaglia, vincendo il suo primo torneo dei magnifici quattro in finale contro Djokovic in 5 tiratissimi set (7-6 7-5 2-6 3-6 6-2). E' ormai un grande del tennis mondiale e chiude l'anno in terza posizione nella classifica ATP, scavalcando Rafa Nadal.



Quando Andy viene sconfitto in finale all'Australian Open (terza sconfitta in tre finali nella terra dei canguri) dalla rivincita del serbo in 4 set (7-6 6-7 3-6 2-6), ecco che la sua stagione inizia a costruirsi e pianificarsi solo in base al primo e maggiore obiettivo, in primis di un qualsiasi tennista britannico, ma soprattutto di Murray quest'anno: Wimbledon. Vince il Masters 1000 di Miami e poco altro, visto che non partecipa al Roland Garros, vuoi per un piccolo infortunio patito a Roma, vuoi perché la terra rossa non è ancora nelle sue corde e non è il 2013 l'anno giusto per concentrarci troppe energie. Lo scozzese sogna di ripetere l'impresa olimpica, di fronte ai suoi tifosi, e di portare a casa un altro torneo dello Slam, il più prestigioso e ricordato. L'All England Lawn Tennis and Croquet Club è tutto per lui dopo la sconfitta in finale patita nel 2012 da Roger Federer, la più dolorosa e bruciante della carriera di Andy che, però, da quel momento ha iniziato una nuova vita, fatta di gloria e successi.

Lo scozzese è la testa di serie numero 2 del torneo, quindi è nella parte bassa del tabellone, e il pericolo Djokovic, stabilmente al comando della classifica ATP è scongiurato fino a una possibile sfida finale. A rendere il cammino semplice ci pensano gli altri avversari più temibili sulla strada verso la vittoria: Federer (#3) esce sconfitto al secondo turno contro il semi-sconosciuto Stachovskyj, Ferrer (#4) arriva fino ai quarti, ma perde poi la sfida contro Del Potro (#8), Nadal (#5) addirittura al primo turno contro il belga Darcis (che addirittura nemmeno scende in campo il giorno dopo, eliminato quindi senza giocare) e Tsonga (#6) si ritira al secondo turno. Murray, dopo le facili vittorie contro Becker, Y-H Lu, Robredo e Jouzhny senza perdere neanche un set, trova Verdasco nei quarti. Lo spagnolo è da tempo fuori dai top players del seeding ma va sopra di due set sul 6-4 6-3, ma Andy recupera lo svantaggio e lo batte 6-1 6-4 7-5 nei successivi tre set, accedendo alle semifinali. La storia sembra ripetersi quando il polacco Janowicz, alla prima apparizione nella semi di uno Slam, nonostante il tifo tutto contro di lui, si porta avanti 7-6 4-1, salvo poi perdere 5 game in fila e cedere il set 4-6. Il britannico gioca un brutto tennis anche per metà del terzo quarto, subendo le bordate di Janowicz e giocando senza profondità e incisività. Col calare della sera, però, cala anche il sipario sull'esordiente Jerzy, che crolla e perde alla fine in 4 set, con i due parziali decisivi che si chiudono 6-4 6-3 per Murray, che raggiunge la seconda finale di fila sull'erba di casa e, questa volta, sembra davvero poter essere il favorito.

Dall'altra parte Djokovic ha avuto vita più o meno facile, ma in semifinale contro Del Potro ha dovuto lottare in una maratona di 5 set combattutissimi (7-5 4-6 7-6 6-7 6-3) e non ha espresso un gioco allo stesso tempo fluido e potente come suo solito. La finale contro Murray, inoltre, è “in trasferta” perché Wimbledon tifa tutta per il suo beniamino e non nasconde un entusiasmo assoluto per cancellare un'attesa che dura da 77 anni, quando Fred Perry fu l'ultimo britannico a vincere sull'erba inglese. Djokovic ha vinto l'ultima sfida in finale tra i due, ma sembra stanco e debilitato: il primo set gli scappa di mano una prima volta, recupera il break, ma perde di nuovo il servizio e Murray chiude 6-4 con 16 vincenti contro 6 e senza i 17 errori non forzati del serbo. Il secondo set sembra nelle mani di Nole, avanti 4-2 e servizio, che però si incarta da solo con un doppio fallo decisivo e perde il vantaggio, peggiorando poi la situazione innervosendosi e sbagliando ancora sul suo turno di battuta. Lo scozzese chiude 7-5 e la folla è in delirio, il trionfo si avvicina. Break e controbreak si alternano nel terzo set fino al 5-4 Murray e servizio. Sopra 40-0 è a un passo dalla vittoria. Djokovic ha la prima reazione da campione di tutto il match e li annulla tutti e 3. Ha poi due palle del controbreak, che lasciano Londra e i britannici col fiato sospeso. Lo scozzese le annulla e si prende il quarto match point. Un servizio potente e un errore, l'ennesimo, di Nole spedisce Andy in paradiso. Il miracolo che a Wimbledon aspettavano dal 1936 si è compiuto, finalmente. Dopo l'Olimpiade di Londra il ragazzo di Glasgow si prende pure lo Slam più importante. È diventato un campione assoluto.




Nessuno sa dire che cosa succederà ora, se Murray continuerà nella sua striscia straordinaria di successi dell'ultimo anno, se tornerà a essere secondo negli scontri diretti contro i suoi rivali più forti o chissà cos'altro. Sicuramente dalla finale di Wimbledon 2012, da quella sconfitta scottante e mai dimenticata, lo scozzese è cresciuto a vista d'occhio e ora può giocarsi tutti i tornei alla pari anche contro il numero 1 del mondo. E chissà, magari presto, sarà lui a guardare tutti dall'alto al basso della classifica ATP. Complimenti Sir Andy, il nuovo baronetto del tennis mondiale.

sabato 29 giugno 2013

L'ANGOLO DEL FOLKLORE – SUICIDIO BRUINS AL TD GARDEN : I BLACKHAWKS CONQUISTANO LA STANLEY CUP


Come il 26 maggio 1999, sotto di un gol al 90°, il Manchester United riuscì a rimontare e vincere 2-1 in maniera incredibile al supplementare contro il Bayern Monaco, aggiudicandosi l'incontro e la Champions League. Come i Miami Heat il 18 giugno scorso, sotto di 5 a 22 secondi dal termine con la serie sul 3-2 per San Antonio, sono riusciti a recuperare lo scarto e a portare la gara all'overtime, per poi vincerla e conquistare il titolo NBA nella successiva sfida. Così i Chicago Blackhawks, con un gol da recuperare con 1 minuto e 18 rimasti sul cronometro, hanno dapprima pareggiato il match sul 2-2 e poi hanno segnato ancora nell'azione successiva, portandosi a casa la gara, la serie (4-2) e con esse la Stanley Cup 2013.

In una porta alta poco più di un metro (122 cm) e larga quasi due (183 cm), quasi interamente coperta dal portiere avversario, segnare non è semplice. Perciò, nonostante il campo sia relativamente piccolo (60x26 mt) e i tiri scoccati verso la porta avversaria siano molti nel computo dei 60 minuti di gioco (circa 30 per squadra), non altrettante sono le segnature a fine partita. Per questo l'hockey è uno sport di squadra, uno dei pochi in cui un giocatore, per quanto fenomenale possa essere, non può giocare per sé stesso e non può vincere una partita da solo. C'è un motivo quindi se gol e assist valgono pressoché allo stesso modo nella valutazione di un atleta, in quanto uniti danno vita al suo score di punti totali. Nessuno può prescindere dall'una o dall'altra categoria, perché le due vanno sempre sommate e, per definire la grandezza di un hockeista, si guarda sempre e solo ai suoi punti totali. Il gioco è quindi tra i più studiati, ragionati e complessi tra i tanti sport non individuali. Se a questo aggiungiamo la tensione del momento, quello decisivo per salire sul trono NHL, capiamo ancor meglio il valore dell'impresa dei Chicago Blackhawks.

Gli hockeisti della Città del Vento avevano iniziato i playoff con la testa di serie numero 1 ad Ovest e il miglior record di tutta la NHL, con 77 punti, che era valso loro il President's Trophy, un premio abbastanza importante, seppur quest'anno di un minor valore a causa di una stagione regolare “accorciata” dal lockout a 48 partite al contrario delle 82 pianificate inizialmente. Dopo aver sconfitto i Minnesota Wild abbastanza agevolmente, nonostante gara 1 in casa si sia chiusa sul 2-1 Chicago solo in overtime, è grazie soprattutto alla netta vittoria in trasferta per 3-0 di gara 4 che hanno superato il turno. I successivi avversari si presentavano abbastanza alla portata dei Blackhawks, vista la sconfitta dei numero 2 di Conference, gli Anaheim Ducks, in 7 partite contro i Detroit Red Wings, che si erano qualificati alla post season con la settima testa di serie. La serie, però, non fu così scontata, tanto che gli uomini di Motown si erano portati sul 3-1 abbastanza nettamente, salvo poi perdere gara 5 allo United Center per 1-4. E' però in gara 6 che Detroit getta al vento la serie, perdendo tra le mura amiche 3-4 e ridando a Chicago il fattore campo, sfruttato alla grande dai Falchi Neri con la vittoria, comunque sofferta, per 2-1 in overtime di gara 7. Più facile la vita nelle finali di Conference contro la testa di serie #5, i Los Angeles Kings, sconfitti nelle prime due gare in casa e in gara 4, prima di chiudere la serie alla quinta partita tra le mura amiche, al secondo supplementare, per 4-3. I favoriti a Ovest hanno quindi mantenuto le attese, arrivando in finale.

Non altrettanto si può dire a Est, dove i Boston Bruins, testa di serie #4, hanno raggiunto le finali. Al primo turno la prova più ardua per i beniamini del Massachusetts è stata piegare le resistenze dei Toronto Marple Leafs in gara 7, dopo essere stati avanti 3-1 nella serie e aver poi rischiato seriamente di perdere nella partita decisiva, sotto 2-4 a 2 minuti dalla fine dei regolamentari. Dopo questa incredibile vittoria, però, i Bruins si sono sbarazzati abbastanza agevolmente dei New York Rangers in 5 partite, tutte abbastanza combattute, ma che hanno visto 4 vittorie di Boston a fronte di una sola degli uomini della Grande Mela. La vera impresa però si compie nelle finali di Conference, contro i favoriti e numeri 1 a Est: i Pittsburgh Penguins. In sole 4 partite, con due vittorie devastanti in trasferta, fatte di 9 gol realizzati e solo 1 subito, e due successi casalinghi più sofferti, Boston chiude la serie con uno sweep che a Pittsburgh non si vedeva dal 1979. Sarà finale contro Chicago.

Con il fattore campo nelle mani, i Blackhawks hanno faticato non poco in gara 1 per avere ragione degli avversari, sconfitti dopo ben 3 overtime (è solo la quinta partita nella storia delle Finali NHL a finire dopo 3 supplementari) per 4-3 con un gol di Andrew Shaw, dopo che gli uomini di casa allo United Center erano stati sotto per 1-3 nel terzo e ultimo periodo. Ecco però che in gara 2 David Paille rimette la serie in parità, segnando il gol decisivo nel primo overtime, dopo che il match si era concluso 1-1, con un netto predominio iniziale tutto a marca Chicago (19 tiri a 4 nel primo tempo!) e il recupero decisivo per Boston. Sempre Paille, coadiuvato dal fenomenale Patrice Bergeron, ha deciso poi anche gara 3, finita 2-0 per gli uomini del TD Garden, dando la possibilità di mantenere il fattore campo e portandosi a condurre la serie, ora sul 2-1. Dopo che erano stati segnati solo 12 gol in 3 partite, eccone arrivarne 11 solo in gara 4, una partita davvero emozionante e senza un attimo di tregua. Chicago prova a scappare 4 volte, ma non andando mai oltre le 2 reti di vantaggio e si fa raggiungere da Boston nel terzo periodo, salvo poi sconfiggere i rivali in overtime con un gol di Brent Seabrook, che decide la partita sul 6-5 finale. Riacquistato il fattore campo, i Blackhawks fanno loro abbastanza agevolmente anche gara 5 in casa, grazie alla doppietta di Patrick Kane, che fissa il risultato sul 3-1 e porta Chicago ad avere 2 match point per raggiungere la tanto agoniata Stanley Cup. Ci si sposta però a Boston per gara 6.

I Bruins, sospinti dal pubblico delle grandi occasioni al TD Garden, dominano il primo quarto, con tante occasioni portate alla porta di Corey Crawford e il gol del vantaggio di Chris Kelly con un assist “alla mano”di Tyler Seguin per l'1-0, meritato e spettacolare allo stesso tempo. Boston continua ad attaccare, spreca 4 penalties a suo favore, che estromettono un giocatore avversario dal ghiaccio, e, sul finire dell'ultima di queste defezioni contro i Blackhawks, subisce incredibilmente il pareggio, nonostante l'uomo in più. Jonathan Toews infila Tuukka Rask tra le gambe dopo un ingaggio ed è 1-1. La partita sembra ora nelle mani di Chicago, che si riversa in avanti, ma le parate del portiere avversario sono decisive per impedire la fuga degli hockeisti in trasferta. Quanto la serie sembra essere diretta verso Windy City ecco però la rete di Milan Lucic che punisce il primo errore di Crawford in tutta la partita. Il portiere dei Blackhawks prima tocca troppo corto il passaggio per il compagno e favorisce il recupero avversario e poi si fa infilare da un tiro ravvicinato, ma non irresistibile di Lucic. È il 2-1 Boston e, nonostante il pressing e gli attacchi di Chicago, tutto sembra finito quando la partita scivola ed entra negli ultimi due minuti di gioco.



Ecco però che accade l'incredibile: nella sua prima azione con il “portiere volante”, a cercare di creare superiorità numerica nell'area Bruins, Chicago colpisce. È una grandissima azione quella degli uomini in bianco, costruita magistralmente e terminata dall'assist Toews e Duncan Keith per la rete del pareggio di Bryan Bickell a porta (quasi) sguarnita. Manca solo un minuto e spiccioli alla fine del terzo quarto, la gara sembra diretta verso l'overtime, ma i Blackhawks hanno in mente di iniziare subito la loro festa. L'azione successiva recuperano il disco, che staziona nella zona del centrocampo quando Johnny Oduya si inventa un tiro incredibile, deviato dal difensore sul palo e poi ribadito in rete dal tap-in di Dave Bolland. 2 gol in soli 17 secondi e Chicago è davanti nel punteggio, che non cambierà più, decretando il 3-2 finale e la vittoria in 6 match della serie finale da parte dei Blackhawks.


Vincere la Stanley Cup è il sogno di ogni ragazzino che inizia a giocare a hockey, è il massimo traguardo nel massimo campionato al mondo. Vincerla così, però, con due gol in un attimo, decisivi, nell'ultimo terzo di gioco, è anche meglio, se possibile. Dave Bolland ha portato con la sua rete Chicago a vincere il suo quinto titolo e il successo della sua squadra resterà per sempre nella storia NHL. La coppa vola nella Città del Vento, dunque, e speriamo di vedere ancora imprese del genere, non solo nell'hockey, ma nello sport in generale.


sabato 8 giugno 2013

L'ANGOLO DEL FOLKRORE - VERDE, BIANCO E ROSSO SUL TETTO DEL MONDO : L'ITALIA E' CAMPIONE PER LA QUARTA VOLTA!

Avete presente quel momento in cui tutto sembra perduto, in cui ogni speranza sembra destinata a sfumare, ogni sogno costretto a finire? Quel momento in cui, nei fumetti, entra in scena un supereroe che salva magicamente la situazione con le sue doti strabilianti e fuori dal comune, conducendo i suoi protetti fuori dal pericolo e a un successo che prima sembrava solo utopia. Nel caso dell'Italia calcistica, quel momento, durante la finale Mondiale 2006 contro la Francia, arriva al 103' minuto. Siamo ai supplementari e, dopo una partita non emozionante, ma intensa di sacrifici e giocata alla pari nei tempi regolamentari, la superiorità transalpina si sta facendo schiacciante, la nazionale azzurra resta nella propria trequarti, non riesce più a trovare il pallino del gioco. Zidane costruisce magistralmente l'azione sulla destra, Willy Sagnol crossa perfettamente e parte una frustata, letteralmente una frustata, dalla testa del genio calcistico di Marsiglia. Sembra quasi colpita col collo del piede quella palla da quanto è veloce e precisa sotto la traversa. L'Italia, nazionale e nazione, unita intorno ad essa, sembra stia per crollare sotto gli scarpini francesi. Ecco però che arriva il nostro supereroe, quello di cui si parlava all'inizio e che, nel caso azzurro ha un nome e cognome ben preciso: Gigi Buffon. Con un balzo felino il nostro portiere allunga la manona e mette il pallone in calcio d'angolo. Zidane, come un malvagio antagonista sconfitto, urla la sua disperazione e, pochi minuti dopo, abbandonerà il campo nel peggiore dei modi, espulso. L'Italia vince il suo quarto Mondiale ai rigori e il suo supereroe, quel Buffon considerato dai più il miglior portiere della storia del calcio, può alzare al cielo la coppa più bella e desiderata per un calciatore.

Basterebbero le 7 partite di quel Mondiale a definire che portiere sia Gigi Buffon, nella sua totalità. L'Italia incassa solamente 2 gol in tutta la rassegna, una su autorete e una su rigore, e il suo estremo difensore dimostra una grinta e un'energia quasi al limite dell'esuberanza ma sempre controllata nei suoi sfoghi, oltre a parate incredibili e a un talento che non ha davvero limiti. Sembra le possa prendere proprio tutte, possa arrivare su qualsiasi pallone in qualsiasi momento, il nostro Buffon. Diamo spazio però anche ad una difesa quasi perfetta, orchestrata magistralmente dal capitano Fabio Cannavaro. È un Mondiale vinto nella nostra metà campo, prima ancora che in quella avversaria, con protagonisti assoluti, che resteranno indelebili nella memoria italiana di quei giorni. Il capitano raggiunge l'apice della sua carriera, già di per sé straordinaria, nelle battaglie della rassegna tedesca, con chiusure perfette, contrasti quasi sempre vinti, un'attenzione spasmodica per le punte avversarie durante tutto l'arco del match, che tocca il suo culmine massimo con l'uscita dalla nostra area palla al piede, in semifinale, contro la Germania al 120' minuto, che avvia l'azione del 2-0 azzurro e che ci porta a Berlino. Sono loro i due migliori giocatori della nostra formazione, a pari merito per molti, anche se il mio personale parere è che, senza il nostro supereroe, non saremmo andati oltre tutti gli ostacoli posti sul nostro cammino.

Materazzi e Grosso sono altri due protagonisti, inattesi, ma indispensabili, con la loro energia e con una verve realizzativa non indifferente per due uomini del reparto arretrato: il primo apre le marcature contro la Repubblica Ceca, gara fondamentale per il passaggio agli ottavi di finale, il secondo mette il sigillo nei supplementari contro i padroni di casa a 2 minuti dal termine, quando eravamo ormai tutti proiettati verso i calci di rigore, segnando il meraviglioso gol del vantaggio azzurro. Soprattutto, però, entrambi risultano decisivi per il trionfo nella finale contro la Francia: dopo il vantaggio iniziale dei transalpini con Zidane, Materazzi risponde di testa sugli sviluppi di un corner e incorna l'1-1 “finale” prima dei penalties, tra cui si ricorderà per sempre il quinto e ultimo tirato proprio da Fabio Grosso, che decide il Mondiale a nostro favore, insaccandosi alle spalle di Barthez. Degni di nota sono anche Andrea Barzagli, entrato di colpo nella rassegna iridata per giocare i quarti contro l'Ucraina, dopo l'infortunio ad Alessandro Nesta e l'espulsione agli ottavi di Materazzi, che ha giocato una signora partita a fianco di Cannavaro al centro della difesa, e Gianluca Zambrotta, esterno destro che ha garantito una spinta costante sulla fascia e, con le sue falcate, ha portato a cross pericolosi nell'area avversaria, oltre ad averci messo lo zampino nel vantaggio iniziale contro l'Ucraina, nei quarti di finale, utilissimo a sbloccare subito un match non facile come sembrava. Un gradino sotto questi, non per demeriti, quanto più sfortunati, sono stati Nesta, che ha giocato solo una partita e mezzo a causa di un infortunio che non gli ha dato tregua e che ha chiuso il suo Mondiale contro i cechi, e Cristian Zaccardo, umile e capace difensore, che è stato tradito da un liscio incredibile nell'autogol del pareggio statunitense nella seconda partita del girone eliminatorio, chiusa con un pareggio che poteva anche costarci il passaggio del turno.
Il centrocampo di mister Marcello Lippi è un concentrato di grinta e fantasia, alterna sprazzi di gioco spettacolare a lunghi tratti di gioco rude, ma efficace. Pirlo garantisce una manovra sempre fluida e geometrica ed è l'uomo che può decidere le partite da solo, come dimostra il gol che apre il nostro Mondiale contro il Ghana e che, di fatto, è fondamentale per la nostra vittoria, tanto quanto la magia che smarca Grosso, su azione da calcio d'angolo, nella semifinale di Dortmund a pochi spiccioli dallo scadere. Gattuso è il Ringhio che tutti si aspettano, gioca le migliori partite in nazionale e trova molto spazio anche a causa dell'espulsione che mette fuori gioco De Rossi per 4 partite dopo gli Stati Uniti. Se il centrocampo ha retto all'urto degli agili cechi, dei pungenti ucraini, dei panzer tedeschi e dei tenaci francesi, gran parte del merito va al centrocampista calabrese. De Rossi ha iniziato il suo Mondiale nel peggior modo possibile, con la gomitata che ci poteva costare carissimo contro gli americani, ma ha il merito di entrare nel mezzo della partita decisiva con la Francia, dando ordine al centrocampo, e ha il privilegio di tirare il nostro terzo rigore, magistralmente messo a segno. Perrotta e Camoranesi sono i classici due che forse non ti ricorderai quando racconterai delle imprese di Germania 2006 (se non dei capelli di Mauro German, indimenticabili nel loro nuovo look post-vittoria), ma che hanno dato un contributo fenomenale e fondamentale alla squadra azzurra, perfetti nelle geometrie del centrocampo e propositivi verso le punte, ottimi sia nel supportare gli attaccanti che nel difendere dagli assalti avversari.
Due degli eroi nazionali, due bandiere assolute, due dei più forti giocatori italiani di sempre, hanno meritato più di tutti, come consacrazione alla loro carriera di fuoriclasse, questo Mondiale: Francesco Totti e Alessandro Del Piero. Oltre alla saggezza e al talento senza confini, questi due assi del pallone hanno messo in campo una voglia incredibile, un'energia inaspettata, una forza di volontà e di sacrificio lodevoli, uniti alle solite giocate straordinarie che li hanno sempre contraddistinti. Totti decide la gara degli ottavi contro l'Australia su rigore, dopo l'ennesima sgroppata di Grosso che si era procurato il penalty in maniera strepitosa, all'ultimo minuto dei tempi regolamentari, mandando a casa i canguri che pure giocavano con l'uomo in più da diversi minuti e che sognavano in grande in vista dei quarti. Del Piero invece chiude il match di semifinale, all'ultimo secondo, contro la Germania, dopo la già citata chiusura di Cannavaro e l'assist smarcante di Gilardino, con un interno destro sul secondo palo, tanto pregevole quanto prezioso per eliminare i tedeschi e preparare le valigie verso Berlino. Giocano metà finale a testa, i due, con Totti utile nel ritrovare subito il pareggio dopo il vantaggio avverso iniziale e Del Piero che invece segna con freddezza il quarto e penultimo rigore che fa pregustare a tutti gli italiani la coppa tanto ambita.
I nostri centravanti ci hanno fatto penare non poco, soprattutto nei gironi eliminatori, ma si sono distinti per forza di volontà e, in molti casi, si sono rivelati decisivi, soprattutto in fase di appoggio oltre che di finalizzazione. Non è stato il Mondiale più florido per le segnature azzurre, 12 in totale, ma la maggior parte sono comunque arrivate dai nostri bomber. Luca Toni, presentatosi alla rassegna dopo 31 gol in campionato e due in Coppa Italia, che gli sono valsi la Scarpa d'Oro (primo giocatore italiano a vincerla) come miglior cannoniere europeo, è perfetto nel lavoro di sponda e aiuta a tenere alta la squadra, anche se l'umiltà spesso non è ripagata dai numeri. Segna solo due gol l'ariete emiliano, entrambi contro l'Ucraina nei quarti, utili per chiudere definitivamente il match e proiettarci alla semifinale contro i tedeschi. Alberto Gilardino trova poco spazio nel modulo a 1 sola punta voluto da Lippi, ma riesce sempre a farsi trovare prontissimo, come dimostra il bel gol del vantaggio azzurro contro gli Stati Uniti, e l'assist pregevole per Del Piero in semifinale che ci permette di estromettere i padroni di casa dalla competizione. Iaquinta e Inzaghi meritano di essere ricordati, il primo per la rete del 2-0 definitivo all'esordio contro il Ghana e il secondo per il 2-0 finale contro la Repubblica Ceca, terzo e ultimo match del girone, che porta la nostra nazionale a qualificarsi al primo posto, evitando così lo spettro del Brasile, per un più agevole, almeno sulla carta, ottavo contro l'Australia.
Oltre ad Angelo Peruzzi, Marco Amelia, Massimo Oddo e Simone Barone, gli ultimi 4 protagonisti della rosa vincitrice, è più che doveroso citare il nostro tecnico, Marcello Lippi. Il mister si è ritrovato a dover tranquillizzare e amalgamare un gruppo scosso dalle tensioni di Calciopoli, che, di colpo, aveva gettato nel fango il calcio italiano, colpito dagli scandali di partite truccate e arbitri corrotti dai dirigenti di alcune squadre. Quando la rosa sembrava pronta a sfaldarsi, ecco che Lippi ha calmato le acque e ha infuso nei suoi ragazzi una carica ed un'energia anche superiore a prima, così che fossero pronti ad attraversare qualsiasi ostacolo. Dopo un girone in cui l'Italia ha giocato bene ma non benissimo, trovando i successi per 2-0 contro Ghana e, soprattutto, Repubblica Ceca, ed il pareggio polemico 1-1 contro gli USA, la nazionale ha faticato non poco agli ottavi contro gli australiani e sembrava quasi il nostro Mondiale potesse finire lì, salvo poi vincere 1-0 su rigore al 94'. La vittoria convincente contro l'Ucraina ci ha portati carichi alla sfida contro la Germania che sembrava, però, persa in partenza, contro i fortissimi padroni di casa. Lippi ha caricato ancora una volta lo spogliatoio e, sia per alcune parate strepitose di Buffon, sia per un gioco a tratti schiacciante degli azzurri, la pratica si è chiusa sul 2-0 alla fine del secondo tempo supplementare.
La sera più bella della carriera sportiva di Marcello Lippi e dei 23 ragazzi della sua, nostra, Nazionale, è quell'11 luglio 2006 che nessun italiano scorderà mai. A Berlino la Francia, eterna nemica azzurra, è sconfitta nel modo più beffardo, ai calci di rigore, dopo un 1-1 nel complesso giusto, vista la superiorità azzurra nei tempi regolamentari ma la ripresa transalpina nei supplementari. Dopo 7 partite indimenticabili, dopo essersi divisi e ritrovati nel giro di qualche giorno, dopo le fatiche del girone eliminatorio, dopo le meravigliose gare fino alla finale, dopo la testata di Zidane a Materazzi, episodio clou di tutto il Mondiale, dopo 5 calci di rigore uno più preciso, sudato, decisivo dell'altro, Fabio Cannavaro alza la Coppa del Mondo per l'Italia, per la nostra 4° volta sopra tutti gli altri, sopra le nostre paure, sopra le nostre gioie, sopra il mondo intero. “Il cielo è azzurro sopra Berlino”!



sabato 25 maggio 2013

L'ANGOLO DEL FOLKRORE - DRAMMA BIANCOROSSO AL FORUM : SIENA VINCE A MILANO E CHIUDE LA SERIE



Quando, a 9 minuti dalla fine delle ostilità, JR Bremer segna la tripla che riporta a 10 le lunghezze di distanza tra Milano e Siena, gli 8000 tifosi del Forum si alzano tutti in piedi per caricare la squadra. Ci credono tutti, ci credo anche io, anche se, mentre il playmaker avversario porta avanti la palla oltre la metà campo, il mio vicino di poltroncina smorza un po' il mio entusiasmo: “che resti circoscritto tra noi, ma questo Hackett è davvero forte!”. I due motivi clou di questa frase sono subito spiegati. Daniel, con un'azione incredibile, subisce fallo, segna il canestro da sotto e chiude virtualmente il match, con un 2+1 micidiale mentre il pubblico lo fischia in maniera assordante e impreca, come durante tutto il resto della sua permanenza sul parquet, riscaldamento pre-gara compreso. Hackett, stasera, non è forte, è mostruoso. Ai 25 punti aggiunge 6 assist, una mano glaciale ai liberi e altrettanto calda quando si tratta di penetrare a canestro, un coraggio da vendere e un atteggiamento da assoluto leader che gli valgono un 28 di valutazione. Milano esce dalla partita, subisce un altro parziale negativo e viene umiliata dalla Montepaschi, molto più di quanto dica il punteggio, che comunque mette 10 punti tra le due squadre, ma non esprime la differenza abissale vista nella sera del tracollo definitivo del progetto Scariolo.

Gli unici 3 uomini a finire in doppia cifra tra le file meneghine sono, paradossalmente, tra i peggiori in campo. Bremer (17 punti), detto del canestro della speranza, non aggiunge un solido contributo in difesa, anzi si fa perforare in lungo e in largo da Hackett e Brown, inoltre spreca troppi palloni in attacco, non sapendo bene come costruire un'azione pericolosa, salvo quando gli spazi si allargano a partita ormai chiusa. Langford (18) sembra essersi parzialmente ripresosi dal brutto infortunio, ma non è abbastanza per colui che dovrebbe essere la punta di diamante e la scelta numero 1 in attacco, che, però, troppo spesso cerca l'azione personale e viene fermato dai solidi difensori avversari. Hairston (10) segna due canestri importanti ma si ferma lì, non riuscendo a far spiccare il volo alla sua squadra diversamente da come era accaduto nel resto della serie. I due greci, Bourousis (9) e Fotsis (5), iniziano col botto ma, dopo un primo tempo d'intensità, si spengono alla distanza, senza minuti nelle gambe o punti nelle mani decisivi per le sorti del match. Mentre a Mensah Bonsu (4) sono mancati i 4 tiri liberi sbagliati decisivi nel finale, a Green (2) sono mancati i punti in attacco, nonostante una buona difesa nei minuti giocati che gli hanno permesso di essere l'unico milanese con un plus-minus positivo a fine gara. A deludere su tutti i fronti, invece, sono stati gli italiani: Melli (6), dopo un buon inizio con energia sotto il tabellone, si è completamente assentato dal gioco nella ripresa, mentre Gentile (9, con un terrificante -17 di plus-minus), prima scelta su cui puntare dopo l'infortunio di Langford, ha iniziato senza vedere il canestro e ha chiuso anche peggio, salvato solo da un paio di azioni degne del suo valore. Insomma, l'Olimpia non ha convinto su nessun fronte e la disfatta tra le sue file è stata, purtroppo, completa e assoluta.
E dire che Siena ci aveva provato in tutti i modi a far restare i biancorossi in partita, oberandosi di falli durante tutta la partita, mandando in lunetta svariate volte i giocatori di Milano che hanno però chiuso con un pessimo 23/34 ai tiri liberi, non riuscendo a esprimersi in attacco senza l'aiuto del loro leader Hackett. Fortuna che è rimasto in campo 38 minuti, perché i sostituti Christmas e Rasic hanno fatto davvero una brutta figura, chiudendo con 0 punti e 0 azioni degne di nota. Bobby Brown (17 punti) non è tornato sui livelli del quarantello stampato a Istanbul qualche mese fa (41 punti, record in Eurolega) ma è migliorato dal resto della serie, assicurando un ottimo contributo sia in attacco che in difesa. Carrareto (3) e Kangur (5) sono stati fermati dai falli e da una vena non proprio spiccata al tiro ma non hanno sfigurato nel computo del match. Chi l'ha fatta da padrone, invece, detto del folletto Hackett, sono stati David Moss (14), i cui punti potrebbero valere il triplo per i momenti decisivi in cui sono stati segnati e la cui energia, rabbia, intensità agonistica sono stati encomiabili durante tutta la partita, e Viktor Sanikidze (17), la cui velocità di gioco, elevazione sopra il ferro e ottima mano oltre l'arco hanno garantito a Siena una prestazione fantastica su entrambi i fronti di gioco. La Montepaschi, per quanto non abbia demolito gli avversari, come gli è spesso successo in questi ultimi anni, ha dimostrato ancora una volta di essere una squadra completa ed efficace, in grado di spazzare via quella Milano che sperava di estromettere i sei volte campioni d'Italia in carica dalla corsa al titolo.
Questo ultimo dato, per chi non sia interessato di basket italiano, potrebbe trarre in inganno e smontare la mia tesi di una disfatta drammatica di Milano. Non fatevi però forviare dal fatto che Siena abbia vinto gli ultimi 6 scudetti, tutti per altro dominati in lungo e in largo contro qualsiasi avversario. Quest'estate è finito il ciclo di coach Pianigiani, che è volato in Turchia per allenare il Fenerbache, portandosi con sé uno dei simboli senesi, il playmaker Bo McCalebb. Con il ritiro di Stonerook, vero capitan coraggio e paladino della squadra toscana in tutti i suoi successi, e l’ ammodernamento della squadra in quasi tutti i suoi effettivi, il neo coach Luca Banchi, dalla lunga gavetta proprio alle spalle dell'allenatore azzurro, si è trovato inizialmente spaesato e poco convinto sulle scelte da compiere. A metà stagione, però, tutti i problemi sembravano risolti, anche grazie alla vittoria nella Coppa Italia, salvo poi crollare in un catastrofico finale di regular season, fatto di sole sconfitte per oltre un mese, sia in Italia, dove la Mens Sana ha chiuso incredibilmente solo quinta, sia in Europa, dove, dopo 5 vittorie nelle prime 5 gare, la Montepaschi ha inanellato una serie incredibile di gare perse, uscendo mestamente alle Top 16. Con il 2-0 subito nelle prime due di playoff a Milano, l'annata toscana sembrava potersi rivelare fallimentare sotto tutti gli aspetti.
Milano, da parte sua, non poteva dirsi entusiasta della sua stagione. Dopo aver afferrato con le unghie l'ultimo posto utile per giocarsi la Coppa Italia, ne era uscita sconfitta al primo turno con una pessima prestazione contro Varese. In Europa aveva fatto anche peggio, contando che, con risultati rocamboleschi e al limite del ridicolo, viste soprattutto le rimonte subite negli ultimi minuti, contro le altre compagini del suo gruppo, era rimasta fuori dalle Top 16. In campionato, dopo un inizio difficile in cui era scivolata anche fuori dalla zona playoff, i biancorossi erano risaliti fino al quarto posto con un ottimo finale. Ecco dunque la sfida con Siena, il vantaggio acquisito in casa e i molti, moltissimi soldi spesi da Giorgio Armani sia all'inizio che a stagione in corso, sembravano iniziare a dare i loro frutti. Dopo due brutte prestazioni in trasferta, però, la situazione era tornata in parità. In gara 5 Milano aveva ancora una volta convinto, tanto che, nonostante la sconfitta maturata negli ultimi minuti, grazie ancora ad un immenso Hackett, gara 7 sembrava da condurre in porto in scioltezza, sospinta dai tifosi verso un grande traguardo. Nel momento decisivo, però, come spesso successo negli ultimi anni, l'EA7 non ha saputo mostrare il suo vero valore e si è inchinata alla Montepaschi, uscendo umiliata dalla lotta scudetto.
Ecco ora spiegati i motivi di un tracollo sotto tutti gli aspetti, del dramma sportivo vissuto al Forum mercoledì scorso. Scariolo si è dimesso e speriamo il futuro sia migliore per tutti quei tifosi che sostengono sempre la squadra e soprattutto per quelli che, come non ho potuto esimermi dal fare anche io, a pochi minuti dal termine, all'uscita dal campo del playmaker avversario, hanno applaudito a gran voce la fine di un mostruoso incubo, orchestrato dal mostruoso, per ben altre ragioni, Daniel Hackett.

sabato 18 maggio 2013

L'ANGOLO DEL FOLKRORE - AFFONDA LA BARCA CATALANA: REAL MADRID IN FINALE DI EUROLEGA


A prescindere da come sia andata a finire la finale di Londra contro l'Olympiacos, campione in carica, che ha completato uno storico back to back continentale trionfando ancora domenica scorsa, il Real Madrid si è tolto più di un sassolino dalla scarpa battendo il Barcellona nella semifinale del venerdì e guadagnandosi il primo scontro per il titolo di campione d'Europa addirittura dal 1995.

Viste le quasi contemporanee semifinali del calcio che avrebbero potuto portare a un match tutto iberico tra i due club anche in finale di Champions League, il popolo castigliano e quello catalano già pregustavano una doppia sfida al cardiopalma nei due sport di maggiore interesse del Paese. Le cose non sono andate invece bene nel futbol, che ha visto trionfare le formazioni tedesche opposte a Real e Barca, e quindi non restava che concentrarsi con tutte le forze sulla sfida di baloncesto. Le due compagini si sono affrontate molte volte negli ultimi anni e, sebbene i blancos abbiano vinto alcune delle sfide, sono stati i blaugrana di Xavi Pascual (che prima di venerdì ne aveva perse solo 10 su quasi 40 contro i rivali storici) a portare a casa le partite che contavano, che siano esse finali scudetto o partite di Eurolega. Senza contare le vittorie in coppa del Barca (2) contro le 0 dei madrileni ed il parziale di 7-3 in ambito di trofei nella Liga ACB negli ultimi 15 anni di storia. La semifinale di Londra poteva quindi essere l'ennesima straripante vittoria della gestione Pascual, ma il Madrid non sembrava d'accordo.

Il Barcellona ha i suoi punti di forza nel sempreverde Navarro, capace, soprattutto quando vede blanco sul parquet, di prestazioni straordinarie, come i 33 con un mostruoso 44 di valutazione nel dicembre scorso, nell'ex più illustre, Tomic, centro di grande talento pronto a mio avviso anche per il viaggio oltreoceano, e nella vena non sempre eccelsa di Marcelinho, che oscilla tra l'eccezionale e l'imbarazzante senza soluzione di continuità. Il Real invece ha nel suo roster un super talento come Rudy Fernandez, corteggiato da molte squadre NBA, ma che ha scelto di restare nella squadra che ha sempre tifato dopo il lockout di due stagioni fa, oltre che il folletto Llull, capace di azioni decisive a tutto campo, ma forse troppo discontinuo, e il playmaker Rodriguez, altrettanto abile e altrettanto lunatico nel suo fatturato. La sfida sembrava quindi destinata a essere combattuta sul filo di lana, anche se, a parità di forze in campo, l'inerzia sembrava più nelle mani dei blaugrana per la maggiore esperienza delle sue componenti sui parquet delle Final Four.

Dopo un inizio contratto di tutte e due le formazioni, con i primi 4 punti che arrivano da Tomic in lunetta, sembra essere la squadra di Pascual a prendere il match in mano, anche senza brillare per intensità. Sono però i madrileni a mettere la testa avanti all'intervallo, grazie a un secondo quarto da 28 punti che sono 8 in più del primo e del terzo sommati insieme. È Llull a trascinare la rimonta madrilena, con 3 triple e 11 punti nel quarto, oltre al capitano Reyes, che mostra un assaggio delle sue qualità per il +6 Real al giro di boa. Come detto però il rientro dagli spogliatoi non è però all'altezza della situazione e il Barcellona, guidato dall'ex Tomic, si riporta avanti e, anche vista l'astinenza dal canestro per gli avversari e un magico Marcelinho da 19 punti e mano caldissima dai 7,25, il vantaggio sembra farsi quasi decisivo sul 61-52 a 8 e spiccioli dal termine. Ecco che però il trascinatore in blanco con la fascia da capitano si mette a fare sul serio e infila una serie impressionanti di canestri, mostrando anche una difesa impeccabile su Lorbek e Tomic, aiutato da Rodriguez, che si ferma a un assist (9) dal record all-time nelle Final Four, e mette a disposizione palloni preziosissimi per i compagni. Rudy termina la pratica con un paio di recuperi decisivi e il Real torna avanti, dove resterà fino al finale di 74-67.

Ecco dunque che il parquet esprime un giudizio per la maggior parte giusto, visto ciò che hanno mostrato i bianchi per alcuni tratti del match, al limite della perfezione, e viste le troppe disattenzioni invece del Barcellona, incapace di mordere il match nelle fasi iniziali facendolo suo e, ancor più grave, incapace di chiuderlo nella fase finale, in cui non ha più trovato la via del canestro, ma nemmeno l'intensità di gioco vista nel terzo periodo. I due protagonisti più attesi, Rudy e Navarro, non hanno giocato sui loro standard, ma in un'ipotetica sfida è il primo a spuntarla, grazie alla sua difesa nella frazione finale e a due recuperi fondamentali, mentre La Bomba stranamente non trova punti dopo l'intervallo e spreca numerose occasioni di chiuderla definitivamente. Impressionanti i due playmaker, Rodriguez come assist-man e Marcelinho come finalizzatore, tanto quanto Reyes e Tomic, decisivi nei parziali che hanno portato prima i blaugrana e poi il Real a condurre il match e assolutamente dominanti sotto il tabellone. Un cenno di merito va a Slaughter per i suoi 2 canestri nella parte più delicata della partita dei blancos, capaci di tenere i castigliani attaccati a una semifinale che rischiava di sfuggirgli di mano e allo stoico Jawai, entrato in campo per un paio di minuti, visibilmente infortunato, per dare un aiuto ai suoi nei momenti del recupero Real, anche se il suo sforzo è risultato inutile.

Londra premia il Real, che scrive una vittoria fondamentale nella serie di scontri in ogni ambito, sportivo e non, contro il Barca, che cade, con la seconda semifinale persa in due anni, e che dovrà cercare di rifarsi e di ritrovare lo spirito vincente che l'ha contraddistinto negli ultimi tempi. I blancos invece si “accontenano”, dopo la finale persa, di aver scritto un pezzetto di storia, affondando la barca catalana.